Janusz va al mercato

Janusz va al mercato di Varsavia il sabato mattina. Lo decide già la sera del venerdì tornando a casa dal lavoro mentre guida, fermo in lunghe colonne di traffico. È un pensiero che gli affiora da solo alla mente e non ha nemmeno bisogno di pensarci: decide che la mattina va al mercato e per pochi soldi compra un piccione. Non spende mai la stessa cifra. In fondo sono diversi anche i piccioni che compra. Lo sceglie, indica al venditore quello che vuole. Prima paga, poi rimette in tasca il portafoglio. Prende il piccione e si allontana fino all’angolo della piazza. Sale su un marciapiede. Quindi libera il piccione e lo segue con lo sguardo fino a quando non scompare dietro le case.

Janusz dice che fa questo perché gli piace e perché lui a casa sua non ha piccioni.

Due Zloty

Il nonno di Dariusz – quando Dariusz era ancora un bambino – gli da due monete identiche, ciascuna da uno Zloty e gli dice: con questa compri il latte e con questa due panini.

Dariusz è contento di avere un compito da assolvere per suo nonno. E’ un bambino biondo, occhi azzurri, di appena sei anni. Abita nella periferia di Varsavia: case in legno, boschi di betulle, binari assediati dall’erba, una strada provinciale lungo l’argine della Vistola, la pianura che si perde a vista d’occhio. Non lo sa, ma questo paesaggio si ripete uguale dalle porte di Vienna fino a Vladivostok.

Dariusz arriva al negozio, si fruga in tasca, estrae le due monete. Resta immobile, dubbioso, davanti alla commessa che lo guarda con un’espressione neutra.

Senza fiatare improvvisamente torna indietro, attraversa di corsa campi, radure, vicoli alberati. Non si accorge del vento che fa tremare le betulle, non saluta gli amici che incontra per strada, il suo unico pensiero è rientrare a casa.

Entra, trova il nonno seduto vicino alla finestra e gli chiede: “quale moneta è per il pane e quale per il latte?”

 

Ho rivisto i tuoi occhi

Ho rivisto i tuoi occhi un pomeriggio di fine marzo sul viso di una ragazza seduta nel mio stesso scompartimento su un treno diretto a Varsavia. Quello sguardo severo, non so se dovuto alla miopia o a una propensione indagatrice. Quegli occhi che fissano istantaneamente qualcosa, che diventano una sottile fessura come gli occhi di un rapace prima di ghermire la preda e non mollano l’oggetto in questione, la persona, il dettaglio, fino a quando qualcos’altro infinitesimale e insignificante li distoglie.