Praga

Il signore che attraversa la piazza sembra uscito di casa in pigiama. Ha un’aria emaciata, pallido in viso, un passo dinoccolato.

E’ la maglietta ampia, con tutta una serie di disegni identici che si ripetono – sembrano casette e quando mi passa vicino ho l’impressione di riconoscere in quel disegno moltiplicato una cattedrale gotica – che mi sembra più adatta a dormire che a uscire in strada.

Tre ragazze punk – capelli rossi e fucsia, innumerevoli piercing, trucco nero pesante – lo notano e ridono divertite tra di loro.

 

Il foglietto in tasca

The boy with the thorn in his side

Behind the hatred there lies a murderous desire for love.

(The Smiths)

C’è quest’uomo seduto in treno di fronte a me. Non fa altro che estrarre un foglietto dalla tasca interna della giacca e appuntare qualcosa rapidamente. Dev’essere una parola. Forse un segno. Apparentemente a intervalli regolari. In realtà a volte ogni cinque minuti, altre ogni quindici secondi.

Si accorge che non posso fare a meno di notarlo. Per cui gli chiedo per curiosità di che cosa si tratta. Dice che segna una x, un punto o qualsiasi altro segno ogni volta che pensa a una persona. La sera prima di andare a dormire ne fa il conto.

Vorrei sapere chi è questa persona a cui lui pensa a intermittenza. Non glielo dico, ma mi legge la domanda negli occhi.

“E’ una che mi ha lasciato.”

“Quante sono le x a fine giornata?” gli chiedo a questo punto, entrando in confidenza.

“All’inizio centinaia” mi dice lui con un’espressione del volto tra il sollievo e la disperazione. “Ora siamo sulle sessanta” aggiunge dopo qualche secondo di silenzio.

Vorrei chiedergli se ha un obiettivo, ma sarebbe una domanda stupida. Però vorrei sapere se c’è una soglia sotto la quale smetterebbe di annotare tutte queste x.

“Voglio essere pronto” mi dice lui, di nuovo senza che io gli dica nulla.

“Pronto a cosa?” chiedo.

“Se mai avrò modo di incontrarla e lei mi chiederà se la penso… Potrò dirle con esattezza quante volte al giorno appare nei miei pensieri”.

“E se l’incontra e lei non glielo chiede?” gli rispondo sorridendo, provocatoriamente.

“Non importa” dice lui “è una cosa che in fondo serve più a me. E ogni sera fatto il conto butto via il foglietto.”

 

Parlo di te ogni giorno

Take a day, plant some trees, may they shade you from me.
(Blank page, Smashing pumpkins)

Parlo di te ogni giorno. Dico che ho conosciuto una persona dell’ariete. Chiedo se ci sono affinità con il leone, così, solo per chiedere. Ho l’impressione che i due quadrupedi difficilmente possano vivere uno di fianco all’altro. Ma fare questo tipo di domande mi serve per sapere qualcosa in più di te, pure avendo perso le tue tracce.
Una mia collega, dell’ariete come te, dice che è questione di carattere, che lei è tenace, determinata e che ha una sorella gemella ancora più testarda. Non ti assomiglia. Lei stessa a dire il vero dice che sua sorella, anche se gemella, non le assomiglia affatto.

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IMG_0498 SAO PAULO LISBOA

A che punto sono della mia vita

Tua madre ce l’ha molto con me
Perché sono sposato e in più canto
(Giugno ‘73, Fabrizio de Andrè)

La bottiglia di vino rosso è finita. Il primo che avvista il cameriere ordina la seconda.
Sono a cena con Alessandro in una bettola del centro.
Mi guarda da un paio di minuti fisso-fisso senza dire niente. Mica siamo a corto di argomenti. Quando fa così è probabile che abbia una domanda in canna, lo conosco.
“Da quanto tempo non vai in giro?” mi chiede.
“Sono rientrato ieri da Algeri”.
Potrei avergli detto Londra, Mosca o Beirut, non avrebbe fatto alcuna differenza. Ha un lavoro simile al mio, pure lui è spesso in giro.
“Tu?” gli chiedo.
“Non vado più da nessuna parte. Il titolare latita, non si fa vedere, preferisco stare in ufficio”, mi risponde, “e questo dimostra che viaggiare o non viaggiare le cose non cambiano.”
“Dici per il risultato o perché in viaggio o in ufficio fa lo stesso?”
“Per me è lo stesso. Non cambia il risultato, non mi cambia la vita, mi abituo in un attimo a entrambe le cose…”.
“Ho capito”.
Il cameriere con un’occhiata ci fa intendere se vogliamo qualcosa.
Alzo a mezz’aria la bottiglia vuota.
“A che punto sei della tua vita?” mi chiede a bruciapelo.
Ha l’aria di una domanda solenne, ma non riesco a dare peso a queste parole. Perché Alessandro è così, di punto in bianco, quando meno te lo aspetti, ti incalza con questioni sui massimi sistemi.
“Sono a questo punto, il punto presente” gli rispondo.
E vista l’insoddisfazione nel suo sguardo aggiungo: “Come te aspetto che il cameriere porti un’altra bottiglia di vino”.
Il cameriere arriva, stappa la bottiglia e senza convenevoli riempie i calici fino a tre quarti.
“Hai mai letto Marco Aurelio?” gli chiedo. Alessandro accenna un no con la testa.
“Stasera quando rientro ti mando qualcosa per email.”
La sera torno a casa. Cerco tra i libri A se stesso. Mi sdraio sul divano e scorro le pagine dove ho segnato a matita alcuni passaggi. Ecco la frase. Cellulare in mano gliela trascrivo paro paro:
“Nessuno perde altra vita se non questa che sta vivendo, né vive altra vita se non questa che va perdendo.”

Postcard from Marina di Ravenna

IMG_6747 MARINA DI RAVENNA

Postcard from Annaba

Postcard from Annaba

Oltre le dolcezze dell’Harry’s Bar e le tenerezze di Zanzibar c’era questa strada… (Hemingway, Paolo Conte)

Per atterrare a Odessa

Per atterrare a Odessa l’aereo compiendo una dolce virata si dispone in modo che lo sguardo attraverso i finestrini cade in perpendicolare a terra. In principio compaiono ancora lontani dalla nostra quota case e pa­lazzi tra brandelli di nubi e vapore. Perdendo quota le strade e le case scorrono sempre più velocemente come se l’ae­reo acquistasse velocità. Quindi compie l’ultimo tratto di volo prima della pista di atterraggio, sempre in virata, sopra un enorme cimitero. Si distinguono perfettamen­te le croci ortodosse, in ferro e legno, disposte in file regolari su un prato verde pallido. Scenden­do verso l’aeroporto le croci sono sempre più nitide. Viene spontaneamente il pensiero che per una tetra ironia della sorte l’aereo potrebbe schiantarsi proprio tra quella interminabile serie di croci.

L’at­terraggio e la vista del cimitero tolgono la voglia di parla­re ai passeggeri. Improvvisamente sembriamo piombati in un silenzio irreale.

Fuori dai finestrini piove. L’aereo si ferma sulla pista. Dopo qualche minuto si dirige verso un punto a noi sconosciuto. Nei pa­raggi non ci sono palazzi o capannoni e nemmeno auto­bus per i passeggeri. Nessuna indicazione sull’aeropor­to. Sappiamo che è Odessa, ma a giudicare dall’assenza di personale di terra, dagli aerei immobili parcheggiati in lontananza e da questo cielo grigio che riga di pioggia il finestrino e bagna l’asfalto, potremmo essere in qualsiasi luogo.

Dalla scaletta dell’aereo guardo se mi riesce di scorgere la traccia di una qualche periferia, ma l’orizzon­te è chiuso da una cortina di betulle.

L’aeroporto è un edificio fatiscente con i vecchi sim­boli del partito ancora appesi al cornicione e in alto, sul tetto, a caratteri cubitali, la scritta Odessa.

Dopo la fila per il controllo del passaporto ritiriamo i bagagli in un corridoio appena illuminato dalla luce gialla dei neon appesi al soffitto. Al centro di un’ampia stanza fredda, con un forte odore di ammo­niaca e cemento, è parcheggiato un carro con sopra i bagagli. Negli angoli ci sono macerie, piastrelle, bidoni di tempera. Attraverso porte semiaperte si scorgono altre stanze dalle pareti scalcinate.

Il mio collega non ha l’aria né sorpresa né attonita e anch’io in questo momento penso di avere un volto inespressivo. Ci scambiamo poche parole, lo stretto necessario.

Guardo l’orologio. Siamo in ritardo. È oramai buio e ci aspettano seicento chilometri in auto per arrivare a Mariupol.

Nell’atrio dell’aeroporto c’è una ressa di per­sone che attendono. Una signora ha in mano un cartello con scritti i nostri nomi. È una sconosciuta. Non mi aspetto di vederla sorridere, ma so che sarà lei a pren­dersi cura di noi.

 

La mia valigia 24 ore

È una cosa che volevo fare da tempo: vuotare sul letto il contenuto della mia valigia 24 ore. Un esercizio alla Perec, l’elenco di quello che mi porto appresso quando vado all’estero e sono in giro per lavoro.

Parto dalla tasca sul retro, quella con la cerniera. C’è l’agenda planning della Quovadis, poco più grande di un portafoglio,  con la copertina nera, già un po’ ingrossata per le pagine scritte: siamo in giugno e di linguette in angolo da strappare – una per ogni settimana – apparentemente ne restano poche.

Un numero dell’Economist intitolato The war beyond the war con un carrarmato in copertina che bombarda o si accinge a bombardare Beirut. Il taccuino della Moleskine, anche questo grande come un portafoglio e con la copertina nera. Ci scrivo i miei appunti di getto: idee, brevi osservazioni. Sulla prima pagina dove c’è scritto As a reward dollars nel caso che lo smarrisca e lo ritrovi qualcuno, ho scritto 500, ma ho sempre il dubbio di avere esagerato, anche perché la maggior parte degli appunti li trascrivo in breve tempo al computer. Un libro: Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar in un’edizione pubblicata qualche anno fa da Repubblica. È il libro che sto leggendo in questi giorni. Un cd che mi ha dato il Direttore Commerciale sui progetti relativi alla Carrettera Panamericana che non ho ancora visto e che non ho intenzione di vedere. Un pacchetto di fazzoletti di carta. Un astuccio trasparente con spazzolino da denti e dentifricio. Due buste da lettere dell’hotel Tergui di Bourdj Bou-Arrerid in Algeria, che ho tenuto ma non so se userò mai. Un piccolo blocchetto a quadretti con i fogli staccabili, anche questo per gli appunti. Un paio di chiavette USB per fare il back up del computer. Un depliant informativo sui lavori autostradali in corso in Italia e in programma di realizzazione. Un righello sottile e flessibile. Una graffetta rosa. Un evidenziatore giallo della Faber Castell. Tre matite. Sette penne a sfera. Tre salviette rinfrescanti dell’Alitalia. Il mazzo di chiavi della casa in via Siepelunga che mi ero scordato di avere in valigia. Un sacchetto trasparente e malandato contenente tre caramelle al miele e propoli per il mal di gola: sono dell’inverno scorso, la confezione è oramai impresentabile.

Passo alle tasche centrali. Nella prima tasca ci sono vari fascicoli. Una busta contiene quelle che sono le note dei lavori in corso, delle cose da fare o fatte  durante la settimana. Fogli ed estratti di riviste che riguardano il lavoro, estratti di documentazione tecnica, copie di fax di clienti da contattare o contattati. Sei pagine di appunti in lingua russa, una fotocopia di un biglietto da visita di un danese, un foglio che riassume il fatturato degli ultimi tre anni e il budget dell’anno in corso. La fotocopia di una fattura proforma. Il riepilogo del fatturato di tutti i mercati esteri, il testo di una canzone di Robbie Williams: Advertising space. Una copia del listino prezzi dei prodotti più venduti dell’azienda. Alcuni fogli bianchi.

Un’altra busta di plastica trasparente contiene una copia del mio contratto annuale di lavoro ed un modulo da compilare per le detrazioni d’imposta. Nella busta successiva ci sono degli estratti di bando di gara pubblicati su internet, l’indirizzo di alcune amministrazioni comunali e provinciali dell’Emilia-Romagna. Una busta vuota. Una cartellina trasparente con i titoli dell’album Illinois di Sufjan Stevens e degli appunti di lavoro. Una busta con la delega per l’auto aziendale ed una cartina stradale fotocopiata della provincia di Bergamo. Una decina di cataloghi aziendali. Uno studio preventivo in inglese su un lavoro eseguito sul grande raccordo anulare di Roma. Una cartellina con scritto sopra a penna Formazione, che contiene un fascicolo di appunti e fotocopie relative a vari prodotti e tecnologie per le costruzioni stradali. Questo è quello che contiene la tasca principale della borsa.

Nella tasca centrale c’è il computer portatile.

La tasca successiva contiene una macchina fotografica digitale, il carica batteria del telefono cellulare, un adattatore universale per le prese elettriche. Una busta di plastica dell’agenzia viaggi La Trottola, vuota. Un biglietto aereo dell’Austrian Airlines Bologna-Vienna-Kiev già usato. Una busta di plastica gialla che contiene varie cose alla rinfusa: un mazzetto di miei biglietti da visita, una tessera mille miglia dell’Alitalia, una tessera Frequent Traveller della Lufthansa, una bustina di miele, un foglietto piegato in tre con indicate tutte le compagnie del gruppo Sky Team, un biglietto da visita di un cliente, la scheda con i codici di accesso del cellulare, due schede in spagnolo sul segno zodiacale del leone e del cancro comprate a Buenos Aires, un’altra delega per l’auto aziendale, cinque pastiglie di antistaminico per l’allergia ai pollini, quattro foto formato tessera, due chiavette di una valigia che non uso da tempo, una graffetta, un elastico, alcuni spiccioli di moneta lituani e un centesimo di euro. Un temperamatite. Banconote avanzate dai viaggi di vari paesi: Tunisia, Marocco, Lituania, Ucraina, Romania, Repubblica Ceca, Algeria, Ungheria, Russia.

Prima della tasca frontale ci sono tre piccoli scomparti che contengono un lettore musicale mp3 con gli auricolari ed il cavo per ricaricarlo, un blocchetto di post-it gialli rettangolari, la carta d’identità e il passaporto. Un sacchetto di stoffa che contiene il cavetto con le cuffie da collegare al computer portatile e un altro lettore mp3. Una piccola calcolatrice.

Nell’ultima tasca, quella frontale, c’è una scatola contenente una scheda di connessione a internet via etere. Un cavetto per la connessione del computer alla linea telefonica. Il cavetto per caricare la batteria della macchina fotografica. Due cavetti per la connessione del computer alla rete elettrica.

Questo è tutto quello che c’è nella mia borsa 24 ore che porto sempre con me.

 

Postcard from Porto Cesareo

Postcard from Porto Cesareo

Jack, il pinguino e io

Ho giocato a tennis per un sacco di motivi e nessuno era il mio.

(Andre Agassi)

 

Jack, mentre andiamo in macchina da un cliente, mi racconta del documentario sui pinguini che ha visto ieri sera. Il pinguino maschio passa l’intero inverno a covare, immobile al freddo, sotto bufere di neve e vento sferzante, mentre la pinguina se ne va in giro a nuotare e a caccia.

“Cavolo” dice Jack “quel fottuto pinguino tutto il tempo fermo sotto le intemperie…”.

Ascolto e non ascolto Jack. Ho la testa altrove. In più non è facile seguire il suo scozzese stretto. Fuori dal parabrezza mentre viaggiamo a qualcosa come cento miglia all’ora scorre il paesaggio a nord di Dundee, insolitamente squallido per essere in Scozia. Piove. Un cielo uniformemente grigio sfuma in nebbia all’orizzonte. Per un istante penso che questo sia niente in confronto all’Antartide.

“Il povero pinguino” continua Jack non accorgendosi che ho perso il filo “se ne resta fermo come un coglione un intero inverno con il suo accidenti di uovo sotto la pancia”.

L’immagine del pinguino ce l’ho ben chiara davanti agli occhi anche se non ho visto il documentario. Solo il pensiero di restare immobile mentre imperversa una bufera mi fa raggelare. Mi viene in mente la neve orizzontale vista a Riga a fine marzo, mentre in ufficio al caldo cercavo di dirimere un contenzioso tra un cliente e un mio collega tedesco. Nevicava con vento forte. I fiocchi sfrecciavano davanti alla finestra senza nessuna possibilità di posarsi a terra. Per questo pinguino, lui in mezzo a una caterva di suoi simili, dev’essere uguale: giorni e notti all’addiaccio con la neve sparata dritta negli occhi.

Annuisco a Jack, pur non seguendolo da un minuto abbondante e non sapendo bene se mi riferisco a quella del pinguino o alla nostra gli rispondo riprendendo le sue ultime parole: “fucking life”.

 

Questa sera sono a cena da solo

Questa sera sono a cena da solo. La cameriera dice prego ogni volta che posa un piatto sul tavolo. Lo dice meccanicamente senza levare lo sguardo. Le sue sono brevi incursioni nella sala degli ospiti. Assolve al suo compito in maniera veloce. Il servizio non prevede dialogo. Chissà perché ma mi ricorda una monaca che dispone religiosamente soprammobili e suppellettili pensando ad altro.

Dei sei tavoli della sala cinque sono occupati. L’uomo solo in un angolo, uscito per fumare una sigaretta, è rientrato barcollando. La sua caraffa da mezzo litro di rosso in effetti è vuota. Nel calice restano due dita di vino. Per ammazzare il tempo estrae dal portafoglio carte di credito e documenti. Fa questo con aria sorpresa, come se non riconoscesse se stesso nel nome stampato su quelle carte. È straniero. Direi mediorientale, non potendo stabilire con certezza se cipriota, libanese o siriano.

Nel tavolo dell’altro angolo una ragazza e due uomini parlano del niente alternando inglese e italiano. Li sento distintamente chiacchierare su ricette, vini francesi, vacanze, soprannomi, meteo e altro sul quale non riesco a concentrare l’attenzione per più di qualche secondo. Probabilmente una cena di lavoro.

Il signore del Middle-East decide di intaccare la brocca dell’acqua.

Al mio fianco altri tre si sono seduti da poco: un altro tavolo con una ragazza, un ragazzo e un adulto. La ragazza è stata l’unica a salutarmi entrando: per pura circostanza ha pronunciato un impercettibile bonsoir. Poi la sua voce non si è più sentita. Parlano solo i due uomini, in italiano con un accento meridionale. Il ragazzo dice che è fuori per lavoro quindici giorni al mese per cui gli è sempre più difficile fare sport. Questo è tutto quello che ho colto.

Parlano di sport anche al tavolo di fronte a me: sono amici del titolare e il titolare appena arrivato mangia assieme a loro. Mi sembrano quelli più presi dal cibo che dalla conversazione. La donna è l’unica a tenere banco: dice che Milano è diversa.

Ora nel bicchiere dell’uomo mediorientale resta solo un dito di vino rosso.

Io scrivo.