Il foglietto in tasca

The boy with the thorn in his side

Behind the hatred there lies a murderous desire for love.

(The Smiths)

C’è quest’uomo seduto in treno di fronte a me. Non fa altro che estrarre un foglietto dalla tasca interna della giacca e appuntare qualcosa rapidamente. Dev’essere una parola. Forse un segno. Apparentemente a intervalli regolari. In realtà a volte ogni cinque minuti, altre ogni quindici secondi.

Si accorge che non posso fare a meno di notarlo. Per cui gli chiedo per curiosità di che cosa si tratta. Dice che segna una x, un punto o qualsiasi altro segno ogni volta che pensa a una persona. La sera prima di andare a dormire ne fa il conto.

Vorrei sapere chi è questa persona a cui lui pensa a intermittenza. Non glielo dico, ma mi legge la domanda negli occhi.

“E’ una che mi ha lasciato.”

“Quante sono le x a fine giornata?” gli chiedo a questo punto, entrando in confidenza.

“All’inizio centinaia” mi dice lui con un’espressione del volto tra il sollievo e la disperazione. “Ora siamo sulle sessanta” aggiunge dopo qualche secondo di silenzio.

Vorrei chiedergli se ha un obiettivo, ma sarebbe una domanda stupida. Però vorrei sapere se c’è una soglia sotto la quale smetterebbe di annotare tutte queste x.

“Voglio essere pronto” mi dice lui, di nuovo senza che io gli dica nulla.

“Pronto a cosa?” chiedo.

“Se mai avrò modo di incontrarla e lei mi chiederà se la penso… Potrò dirle con esattezza quante volte al giorno appare nei miei pensieri”.

“E se l’incontra e lei non glielo chiede?” gli rispondo sorridendo, provocatoriamente.

“Non importa” dice lui “è una cosa che in fondo serve più a me. E ogni sera fatto il conto butto via il foglietto.”

 

Una scadenza come il latte

Stanno bene assieme. Per quel poco tempo in cui riescono a vedersi. Ma così non può durare. Lei sposata con due figli, lui libero, ma senza nessuna intenzione di mettere su famiglia.
Si vedono una, due volte a settimana e tutto quello che fanno è stare a letto.
E’ una storia che va avanti da un anno, ma questo non vuol dire niente. Si sono già lasciati quattro, cinque volte, come ci si può lasciare da amanti.
Lei arriva a dei momenti in cui non ce la fa più. Non le va di mandare la famiglia allo sfascio. Allora pensa che l’unica cosa da fare sia piantarlo, chiudere il libro.
Così un giorno mentre sono a letto lei gli propone una data, una scadenza come con il latte.
“Stabiliamo un giorno. Stiamo assieme fino a quel giorno. Dopo di che ci lasciamo, non ci vediamo più” gli dice.
Lui riflette. In fondo non è una cattiva idea. Sorride tra sé. Forse pensa che il latte per qualche giorno si può bere anche dopo la data di scadenza.

A che punto sono della mia vita

Tua madre ce l’ha molto con me
Perché sono sposato e in più canto
(Giugno ‘73, Fabrizio de Andrè)

La bottiglia di vino rosso è finita. Il primo che avvista il cameriere ordina la seconda.
Sono a cena con Alessandro in una bettola del centro.
Mi guarda da un paio di minuti fisso-fisso senza dire niente. Mica siamo a corto di argomenti. Quando fa così è probabile che abbia una domanda in canna, lo conosco.
“Da quanto tempo non vai in giro?” mi chiede.
“Sono rientrato ieri da Algeri”.
Potrei avergli detto Londra, Mosca o Beirut, non avrebbe fatto alcuna differenza. Ha un lavoro simile al mio, pure lui è spesso in giro.
“Tu?” gli chiedo.
“Non vado più da nessuna parte. Il titolare latita, non si fa vedere, preferisco stare in ufficio”, mi risponde, “e questo dimostra che viaggiare o non viaggiare le cose non cambiano.”
“Dici per il risultato o perché in viaggio o in ufficio fa lo stesso?”
“Per me è lo stesso. Non cambia il risultato, non mi cambia la vita, mi abituo in un attimo a entrambe le cose…”.
“Ho capito”.
Il cameriere con un’occhiata ci fa intendere se vogliamo qualcosa.
Alzo a mezz’aria la bottiglia vuota.
“A che punto sei della tua vita?” mi chiede a bruciapelo.
Ha l’aria di una domanda solenne, ma non riesco a dare peso a queste parole. Perché Alessandro è così, di punto in bianco, quando meno te lo aspetti, ti incalza con questioni sui massimi sistemi.
“Sono a questo punto, il punto presente” gli rispondo.
E vista l’insoddisfazione nel suo sguardo aggiungo: “Come te aspetto che il cameriere porti un’altra bottiglia di vino”.
Il cameriere arriva, stappa la bottiglia e senza convenevoli riempie i calici fino a tre quarti.
“Hai mai letto Marco Aurelio?” gli chiedo. Alessandro accenna un no con la testa.
“Stasera quando rientro ti mando qualcosa per email.”
La sera torno a casa. Cerco tra i libri A se stesso. Mi sdraio sul divano e scorro le pagine dove ho segnato a matita alcuni passaggi. Ecco la frase. Cellulare in mano gliela trascrivo paro paro:
“Nessuno perde altra vita se non questa che sta vivendo, né vive altra vita se non questa che va perdendo.”

Per atterrare a Odessa

Per atterrare a Odessa l’aereo compiendo una dolce virata si dispone in modo che lo sguardo attraverso i finestrini cade in perpendicolare a terra. In principio compaiono ancora lontani dalla nostra quota case e pa­lazzi tra brandelli di nubi e vapore. Perdendo quota le strade e le case scorrono sempre più velocemente come se l’ae­reo acquistasse velocità. Quindi compie l’ultimo tratto di volo prima della pista di atterraggio, sempre in virata, sopra un enorme cimitero. Si distinguono perfettamen­te le croci ortodosse, in ferro e legno, disposte in file regolari su un prato verde pallido. Scenden­do verso l’aeroporto le croci sono sempre più nitide. Viene spontaneamente il pensiero che per una tetra ironia della sorte l’aereo potrebbe schiantarsi proprio tra quella interminabile serie di croci.

L’at­terraggio e la vista del cimitero tolgono la voglia di parla­re ai passeggeri. Improvvisamente sembriamo piombati in un silenzio irreale.

Fuori dai finestrini piove. L’aereo si ferma sulla pista. Dopo qualche minuto si dirige verso un punto a noi sconosciuto. Nei pa­raggi non ci sono palazzi o capannoni e nemmeno auto­bus per i passeggeri. Nessuna indicazione sull’aeropor­to. Sappiamo che è Odessa, ma a giudicare dall’assenza di personale di terra, dagli aerei immobili parcheggiati in lontananza e da questo cielo grigio che riga di pioggia il finestrino e bagna l’asfalto, potremmo essere in qualsiasi luogo.

Dalla scaletta dell’aereo guardo se mi riesce di scorgere la traccia di una qualche periferia, ma l’orizzon­te è chiuso da una cortina di betulle.

L’aeroporto è un edificio fatiscente con i vecchi sim­boli del partito ancora appesi al cornicione e in alto, sul tetto, a caratteri cubitali, la scritta Odessa.

Dopo la fila per il controllo del passaporto ritiriamo i bagagli in un corridoio appena illuminato dalla luce gialla dei neon appesi al soffitto. Al centro di un’ampia stanza fredda, con un forte odore di ammo­niaca e cemento, è parcheggiato un carro con sopra i bagagli. Negli angoli ci sono macerie, piastrelle, bidoni di tempera. Attraverso porte semiaperte si scorgono altre stanze dalle pareti scalcinate.

Il mio collega non ha l’aria né sorpresa né attonita e anch’io in questo momento penso di avere un volto inespressivo. Ci scambiamo poche parole, lo stretto necessario.

Guardo l’orologio. Siamo in ritardo. È oramai buio e ci aspettano seicento chilometri in auto per arrivare a Mariupol.

Nell’atrio dell’aeroporto c’è una ressa di per­sone che attendono. Una signora ha in mano un cartello con scritti i nostri nomi. È una sconosciuta. Non mi aspetto di vederla sorridere, ma so che sarà lei a pren­dersi cura di noi.

 

La mia valigia 24 ore

È una cosa che volevo fare da tempo: vuotare sul letto il contenuto della mia valigia 24 ore. Un esercizio alla Perec, l’elenco di quello che mi porto appresso quando vado all’estero e sono in giro per lavoro.

Parto dalla tasca sul retro, quella con la cerniera. C’è l’agenda planning della Quovadis, poco più grande di un portafoglio,  con la copertina nera, già un po’ ingrossata per le pagine scritte: siamo in giugno e di linguette in angolo da strappare – una per ogni settimana – apparentemente ne restano poche.

Un numero dell’Economist intitolato The war beyond the war con un carrarmato in copertina che bombarda o si accinge a bombardare Beirut. Il taccuino della Moleskine, anche questo grande come un portafoglio e con la copertina nera. Ci scrivo i miei appunti di getto: idee, brevi osservazioni. Sulla prima pagina dove c’è scritto As a reward dollars nel caso che lo smarrisca e lo ritrovi qualcuno, ho scritto 500, ma ho sempre il dubbio di avere esagerato, anche perché la maggior parte degli appunti li trascrivo in breve tempo al computer. Un libro: Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar in un’edizione pubblicata qualche anno fa da Repubblica. È il libro che sto leggendo in questi giorni. Un cd che mi ha dato il Direttore Commerciale sui progetti relativi alla Carrettera Panamericana che non ho ancora visto e che non ho intenzione di vedere. Un pacchetto di fazzoletti di carta. Un astuccio trasparente con spazzolino da denti e dentifricio. Due buste da lettere dell’hotel Tergui di Bourdj Bou-Arrerid in Algeria, che ho tenuto ma non so se userò mai. Un piccolo blocchetto a quadretti con i fogli staccabili, anche questo per gli appunti. Un paio di chiavette USB per fare il back up del computer. Un depliant informativo sui lavori autostradali in corso in Italia e in programma di realizzazione. Un righello sottile e flessibile. Una graffetta rosa. Un evidenziatore giallo della Faber Castell. Tre matite. Sette penne a sfera. Tre salviette rinfrescanti dell’Alitalia. Il mazzo di chiavi della casa in via Siepelunga che mi ero scordato di avere in valigia. Un sacchetto trasparente e malandato contenente tre caramelle al miele e propoli per il mal di gola: sono dell’inverno scorso, la confezione è oramai impresentabile.

Passo alle tasche centrali. Nella prima tasca ci sono vari fascicoli. Una busta contiene quelle che sono le note dei lavori in corso, delle cose da fare o fatte  durante la settimana. Fogli ed estratti di riviste che riguardano il lavoro, estratti di documentazione tecnica, copie di fax di clienti da contattare o contattati. Sei pagine di appunti in lingua russa, una fotocopia di un biglietto da visita di un danese, un foglio che riassume il fatturato degli ultimi tre anni e il budget dell’anno in corso. La fotocopia di una fattura proforma. Il riepilogo del fatturato di tutti i mercati esteri, il testo di una canzone di Robbie Williams: Advertising space. Una copia del listino prezzi dei prodotti più venduti dell’azienda. Alcuni fogli bianchi.

Un’altra busta di plastica trasparente contiene una copia del mio contratto annuale di lavoro ed un modulo da compilare per le detrazioni d’imposta. Nella busta successiva ci sono degli estratti di bando di gara pubblicati su internet, l’indirizzo di alcune amministrazioni comunali e provinciali dell’Emilia-Romagna. Una busta vuota. Una cartellina trasparente con i titoli dell’album Illinois di Sufjan Stevens e degli appunti di lavoro. Una busta con la delega per l’auto aziendale ed una cartina stradale fotocopiata della provincia di Bergamo. Una decina di cataloghi aziendali. Uno studio preventivo in inglese su un lavoro eseguito sul grande raccordo anulare di Roma. Una cartellina con scritto sopra a penna Formazione, che contiene un fascicolo di appunti e fotocopie relative a vari prodotti e tecnologie per le costruzioni stradali. Questo è quello che contiene la tasca principale della borsa.

Nella tasca centrale c’è il computer portatile.

La tasca successiva contiene una macchina fotografica digitale, il carica batteria del telefono cellulare, un adattatore universale per le prese elettriche. Una busta di plastica dell’agenzia viaggi La Trottola, vuota. Un biglietto aereo dell’Austrian Airlines Bologna-Vienna-Kiev già usato. Una busta di plastica gialla che contiene varie cose alla rinfusa: un mazzetto di miei biglietti da visita, una tessera mille miglia dell’Alitalia, una tessera Frequent Traveller della Lufthansa, una bustina di miele, un foglietto piegato in tre con indicate tutte le compagnie del gruppo Sky Team, un biglietto da visita di un cliente, la scheda con i codici di accesso del cellulare, due schede in spagnolo sul segno zodiacale del leone e del cancro comprate a Buenos Aires, un’altra delega per l’auto aziendale, cinque pastiglie di antistaminico per l’allergia ai pollini, quattro foto formato tessera, due chiavette di una valigia che non uso da tempo, una graffetta, un elastico, alcuni spiccioli di moneta lituani e un centesimo di euro. Un temperamatite. Banconote avanzate dai viaggi di vari paesi: Tunisia, Marocco, Lituania, Ucraina, Romania, Repubblica Ceca, Algeria, Ungheria, Russia.

Prima della tasca frontale ci sono tre piccoli scomparti che contengono un lettore musicale mp3 con gli auricolari ed il cavo per ricaricarlo, un blocchetto di post-it gialli rettangolari, la carta d’identità e il passaporto. Un sacchetto di stoffa che contiene il cavetto con le cuffie da collegare al computer portatile e un altro lettore mp3. Una piccola calcolatrice.

Nell’ultima tasca, quella frontale, c’è una scatola contenente una scheda di connessione a internet via etere. Un cavetto per la connessione del computer alla linea telefonica. Il cavetto per caricare la batteria della macchina fotografica. Due cavetti per la connessione del computer alla rete elettrica.

Questo è tutto quello che c’è nella mia borsa 24 ore che porto sempre con me.

 

Joyce dice (alcuni maestri ai miei occhi)

Joyce dice che bisogna scrivere tagliandosi le unghie, ovvero mantenere con la pagina scritta quella distanza, quel distacco che si ottiene con la realtà quando ci si taglia le unghie. Questo, immagino, sottintende un minimo di decenza, quindi è un’operazione da fare in solitudine, appartati, se non proprio di nascosto per evitare ogni imbarazzo.

Landolfi sostiene che non vale la pena scrivere, che è un’operazione troppo faticosa, tutta fisica, deprimente e dicendo questo verga centinaia e centinaia di pagine.

Pushkin scrive ispirato solo quando imperversa la peste e lui così è costretto a un esilio forzato che si rivela in breve tempo estremamente proficuo.

Gogol sembra scrivere solo all’estero, soprattutto a Roma. Quando torna in patria immancabilmente raccoglie i manoscritti in un mazzetto e ne fa un bel fuoco.

Edgar Lee Masters scrive mentre viaggia in carrozza tra uno spintone e l’altro, seduto su una panchina, in fila allo sportello della banca. Scrive su scontrini, ricevute, biglietti del teatro. In mancanza di carta scriverebbe sui propri abiti se solo potesse. Questo perché è uno scrittore in presa diretta e probabilmente tagliandosi le unghie seduto alla scrivania non riuscirebbe a buttare giù neanche una riga.

Svevo invece scrive in gran segreto, lascia i suoi romanzi in un cassetto per venticinque anni. Un bel giorno cercando una saponetta o una lametta da barba si ritrova tra le mani quello spesso fascicolo e pensa tra sé e sé: proviamo a pubblicarlo.

Zavattini per scrivere si guarda allo specchio pensieroso, fa delle smorfie, digrigna i denti.

Tolstoj scrive tutte le mattine con regolarità maniacale. Ispirazione o meno si butta sulle pagine e scrive fiumi di parole che prosciugano velocemente interi calamai. Scrive come se marcasse tutti i giorni il cartellino, felice al pensiero che nel pomeriggio potrà zappare, sfalciare, accudire il bestiame, aiutare un contadino a mietere.

Dostoevski scrive solo dopo lunghe passeggiate per le vie del centro, sbirciando furtivamente attraverso le tende delle finestre, le porte socchiuse, i sottoscala. E sono chilometri e chilometri di marciapiedi, strade, vicoli, che diventeranno pagine e pagine di letteratura. Dostoevski per inciso è uno dei pochi scrittori che ha la certezza di essere pubblicato prima ancora che lui abbia scritto.

T.S. Eliot dopo una giornata di lavoro si apparta in un monolocale anonimo, lontano dall’ufficio, lontano dalle crisi isteriche della moglie e finalmente scrive, immemore di sé.

Calvino si mette al lavoro solo se circondato da muri di enciclopedie, manuali, libri di narrativa, letteratura di ogni genere. Fissando il dorso di tutti questi volumi che vigilano sul suo lavoro scrive.

Pessoa sembra avere scritto tutto seduto al tavolo di un bar, non è mai stato da nessuna parte, non si è mai allontanato da quel caffè di Lisbona.

Leskov per decenni si occupa di commercio, viaggia lungo il Volga, il Dnepr, il Don. Conosce marinai, mercanti, ladri, furfanti, assassini, donne georgiane, cinesi, turche e mongole. A un certo punto dice basta, inizio a scrivere.

Jorge Luis Borges, cieco, cerca con gli occhi e la pelle del viso il tepore del sole, immagina storie fantastiche senza epoca e latitudine. Le scrive o le fa scrivere spacciandole per vere e ancora oggi quando le leggo mi sembrano più credibili della realtà stessa.

 

Principianti

Sara mi racconta del suo corso di samba. Mai saputo che ballasse. Anche se le riconosco una buona dose di femminilità, mi è sempre parsa un bacchetto. Tempo fa mi aveva proposto di iscrivermi con lei a un corso di latino americano. Non se n’è mai fatto niente. Non so perché, ma ero poco convinto delle sue capacità e ancora meno delle mie.

Da sempre mi dico che bisognerebbe essere in grado di masticare almeno due passi di ballo. Metti che ti capita una seratona latinoamericana, ti fai due scatole così, conosci una tipa, ti propone di ballare e tu le dici mi spiace, non so fare. Una di quelle occasioni in cui ti rendi conto che nella vita avresti dovuto trovare il tempo per uno straccio di corso accelerato di merengue.

Sara comunque confessa che dopo tre mesi di corso il maestro le si è avvicinato e le ha sussurrato all’orecchio: adesso puoi anche iniziare a muovere i fianchi…

Giorgia invece in tutta confidenza mi rivela che frequenta un corso di Burlesque. Fatico un pelo a immaginarmela: tracagnotta, con quell’aria da catechista, vestita osé, mentre si toglie di dosso foulard, abiti e accessori a ritmo di musica. In effetti anche lei mi confessa che dopo alcune lezioni in cui si dimenava con impegno, l’istruttore le ha detto serio: beh, potresti anche iniziare a spogliarti…

Per finire becco Andrea, il mio compagno delle superiori. Un ingegnere pallido, sovrappeso, immancabilmente sciatto, con un paio di occhialini da dipendente del catasto. Mentre parliamo del più e del meno, mi dice che da anni frequenta un corso di kick boxing.

Sono allibito. Qualcosa non torna. E’ uno di quei momenti in cui vorrei dire al mondo: fermati, voglio scendere. E all’umanità intera raccolta davanti a me: faccio un passo indietro, prendo le distanze.

Ma è solo un momento.                                                      

E sorrido tra me pensando alla lingerie di Giorgia mentre sculetta e si agita attorno alla sedia…

 

Jack, il pinguino e io

Ho giocato a tennis per un sacco di motivi e nessuno era il mio.

(Andre Agassi)

 

Jack, mentre andiamo in macchina da un cliente, mi racconta del documentario sui pinguini che ha visto ieri sera. Il pinguino maschio passa l’intero inverno a covare, immobile al freddo, sotto bufere di neve e vento sferzante, mentre la pinguina se ne va in giro a nuotare e a caccia.

“Cavolo” dice Jack “quel fottuto pinguino tutto il tempo fermo sotto le intemperie…”.

Ascolto e non ascolto Jack. Ho la testa altrove. In più non è facile seguire il suo scozzese stretto. Fuori dal parabrezza mentre viaggiamo a qualcosa come cento miglia all’ora scorre il paesaggio a nord di Dundee, insolitamente squallido per essere in Scozia. Piove. Un cielo uniformemente grigio sfuma in nebbia all’orizzonte. Per un istante penso che questo sia niente in confronto all’Antartide.

“Il povero pinguino” continua Jack non accorgendosi che ho perso il filo “se ne resta fermo come un coglione un intero inverno con il suo accidenti di uovo sotto la pancia”.

L’immagine del pinguino ce l’ho ben chiara davanti agli occhi anche se non ho visto il documentario. Solo il pensiero di restare immobile mentre imperversa una bufera mi fa raggelare. Mi viene in mente la neve orizzontale vista a Riga a fine marzo, mentre in ufficio al caldo cercavo di dirimere un contenzioso tra un cliente e un mio collega tedesco. Nevicava con vento forte. I fiocchi sfrecciavano davanti alla finestra senza nessuna possibilità di posarsi a terra. Per questo pinguino, lui in mezzo a una caterva di suoi simili, dev’essere uguale: giorni e notti all’addiaccio con la neve sparata dritta negli occhi.

Annuisco a Jack, pur non seguendolo da un minuto abbondante e non sapendo bene se mi riferisco a quella del pinguino o alla nostra gli rispondo riprendendo le sue ultime parole: “fucking life”.

 

Questa sera sono a cena da solo

Questa sera sono a cena da solo. La cameriera dice prego ogni volta che posa un piatto sul tavolo. Lo dice meccanicamente senza levare lo sguardo. Le sue sono brevi incursioni nella sala degli ospiti. Assolve al suo compito in maniera veloce. Il servizio non prevede dialogo. Chissà perché ma mi ricorda una monaca che dispone religiosamente soprammobili e suppellettili pensando ad altro.

Dei sei tavoli della sala cinque sono occupati. L’uomo solo in un angolo, uscito per fumare una sigaretta, è rientrato barcollando. La sua caraffa da mezzo litro di rosso in effetti è vuota. Nel calice restano due dita di vino. Per ammazzare il tempo estrae dal portafoglio carte di credito e documenti. Fa questo con aria sorpresa, come se non riconoscesse se stesso nel nome stampato su quelle carte. È straniero. Direi mediorientale, non potendo stabilire con certezza se cipriota, libanese o siriano.

Nel tavolo dell’altro angolo una ragazza e due uomini parlano del niente alternando inglese e italiano. Li sento distintamente chiacchierare su ricette, vini francesi, vacanze, soprannomi, meteo e altro sul quale non riesco a concentrare l’attenzione per più di qualche secondo. Probabilmente una cena di lavoro.

Il signore del Middle-East decide di intaccare la brocca dell’acqua.

Al mio fianco altri tre si sono seduti da poco: un altro tavolo con una ragazza, un ragazzo e un adulto. La ragazza è stata l’unica a salutarmi entrando: per pura circostanza ha pronunciato un impercettibile bonsoir. Poi la sua voce non si è più sentita. Parlano solo i due uomini, in italiano con un accento meridionale. Il ragazzo dice che è fuori per lavoro quindici giorni al mese per cui gli è sempre più difficile fare sport. Questo è tutto quello che ho colto.

Parlano di sport anche al tavolo di fronte a me: sono amici del titolare e il titolare appena arrivato mangia assieme a loro. Mi sembrano quelli più presi dal cibo che dalla conversazione. La donna è l’unica a tenere banco: dice che Milano è diversa.

Ora nel bicchiere dell’uomo mediorientale resta solo un dito di vino rosso.

Io scrivo.

 

Ho visto due merli

Ho visto due merli scegliere come luogo per le loro cerimonie nuziali i rami di un’antenna televisiva. Li ho visti saltellare e rincorrersi attraverso i tubi grigi, girare attorno al palo principa­le. Salire e scendere dai listelli per la ricezione dei canali locali a quelli del­le reti nazionali, ripetere il loro rituale come per millenni hanno fatto sui rami di vecchie querce. E questo mi dice qualcosa sulla loro e sul­la nostra capacità di adat­tamento, mi fa credere per un momento che loro riuscirebbero a vivere an­che senz’alberi, e noi sen­za televisori.

 

Ho fatto un casino

“Ecco il tuo morso oscuro di tarantola: son pronto.”

(Eugenio Montale, Il ritorno)

“Ho fatto un casino.”

Dice questo piangendo. I suoi occhi azzurro mare adesso paiono liquidi, prendono profondità. Le lacrime cadono sul dorso della mano, sul vestito, come se piovesse.

Fuori piove.

Sembra un film. Come nei film tutte le volte che c’è un momento drammatico piove. Dev’essere un espediente cinematografico per dare maggiore intensità alla scena e renderla inequivocabilmente reale. Mi scopro a pensare che nelle sue lacrime ci sia un po’ di fiction, ma cerco di allontanare questo pensiero: non voglio sovvertire regole del cinema comunemente accettate, tanto meno credere che lei stia recitando o che la pioggia fuori sia un artificio.

Ha il viso bagnato. Il rimmel sulle ciglia si scioglie cerchiandole gli occhi di nero.

Dice che ha fatto un casino, ma non dice altro.

Preparo due tazze di tè e gliene metto una di fronte sul tavolo. “Attenta che scotta” le dico. Ma lei non lo tocca, lo lascia raffreddare. E’ come se non avesse sentito la mia voce.

Dice che erano diventati come fratelli lei e suo marito. Lei sempre presa dal lavoro, dalle sue trasferte all’estero. Lui che doveva ancora dare alcuni esami all’università. In pratica non si vedevano mai.

Posso solo fare supposizioni. Forse lei ha avuto una storia. Forse è arrivata al punto di non provare più niente nei suoi confronti. A pensare il peggio ci si prende. Per cui quello che si insinua nella mia mente è che lei sia stata con un altro e lui se ne sia accorto. O che lei abbia fatto in modo che lui se ne accorgesse.

Penso a quanto possa essere doloroso separarsi per due persone che non si vedono mai.

“All’inizio passavamo assieme tutti i fine settimana” dice riprendendosi. “Dormivamo in un appartamento in affitto. Un monolocale soppalcato con una terrazza che dava sul campanile di una chiesa. Le campane suonavano dalle sette di mattina alle dieci di sera.”

“Non c’era bisogno di mettere la sveglia per alzarsi. Un incubo. Ogni ora un tocco forte e la campana piccola per i quarti d’ora. Quando suonava la prima campana mi svegliavo di soprassalto. Sette tocchi uno dietro l’altro. Non sono mai riuscita ad abituarmi.”

Improvvisamente diventa loquace. Smette di piangere.

“Qualche domenica andavamo in giro a piedi a cercare case in vendita. Ne abbiamo trovata una che ci piaceva, l’abbiamo fermata subito pagando una caparra.”

Beve un sorso di tè. Si soffia il naso con un fazzoletto tutto stropicciato.

“Mi ha fatto arrivare una lettera ingiuntiva da un avvocato. Non vuole darmi un soldo.”

Mi chiedo se farei lo stesso nei panni di lui. Forse alla fine di una storia tutto si riduce a una questione economica.

“Cosa devo fare? Dimmi cosa devo fare”.

Si asciuga le lacrime col palmo delle mani.

C’è qualcosa che non mi dice e non me la sento di chiederglielo. In fondo non so niente di lui e poco più di niente di lei. Non mi va di impicciarmi della sua vita.

“Che casino” dice lei, “che casino che ho fatto”.

Ora le lacrime cadono sul piano del tavolo, sul legno liscio, senza nessuna possibilità di evaporare.

Restiamo un attimo senza parlare.

Sono questi momenti di silenzio quelli che preferisco. Mi viene in mente una canzone di Paolo Conte, il titolo dev’essere Un vecchio errore: “Niente di niente… spiegalo alla gente, cosa vuol dire, cosa vuol dire amare l’amore, senza mai fare neanche un errore.”

La guardo negli occhi e cerco di capire che cos’è che non mi vuole dire. Mentre sorseggio il tè e mi chiedo se mi metterei con una come lei.

Non servono altre parole. Fossi il regista di questo film proseguirei con la pioggia fuori e chiuderei con la canzone di Paolo Conte senza aggiungere altro.

Sarebbe solo una scena del film, non il finale.

 

Madrid Terminal 4

Lui parte. Prende un aereo. Sono una di fronte all’altro con una parete di vetro alta fino al soffitto che li divide. Di qua le persone che accompagnano e restano. Di là quelle che entrano per il controllo bagagli.

Madrid, Terminal 4.

Si fanno dei segni. Il vetro a pochi centimetri dalla loro bocca si appanna.

Lei, che rimane, lo chiama al cellulare. Lui sorride, dice due parole guardandola fissa negli occhi e mette giù. Quindi l’ultimo saluto. Se ne va.

Lo segue con lo sguardo, senza distogliere gli occhi, non lo molla. Ha tutta l’aria di sperare che lui si volti, di chiedersi se lui si volta, di scommettere che lui possa voltarsi.

Il ragazzo si allontana di spalle trascinandosi il trolley. Scompare inghiottito dalle scale mobili.

Lei si alza sulla punta dei piedi per constatare se possibile che lui all’ultimo momento si giri e la saluti. Ma non succede.

Ora sembra indispettita. Accende una sigaretta. Prende di nuovo in mano il cellulare. Forse gli scrive: pensavo che ti saresti voltato. Forse manda un messaggio a qualcun altro.

Evito sempre di accompagnare chi parte in aeroporto. Non mi piacciono gli addii.