Jack, il pinguino e io

Ho giocato a tennis per un sacco di motivi e nessuno era il mio.

(Andre Agassi)

 

Jack, mentre andiamo in macchina da un cliente, mi racconta del documentario sui pinguini che ha visto ieri sera. Il pinguino maschio passa l’intero inverno a covare, immobile al freddo, sotto bufere di neve e vento sferzante, mentre la pinguina se ne va in giro a nuotare e a caccia.

“Cavolo” dice Jack “quel fottuto pinguino tutto il tempo fermo sotto le intemperie…”.

Ascolto e non ascolto Jack. Ho la testa altrove. In più non è facile seguire il suo scozzese stretto. Fuori dal parabrezza mentre viaggiamo a qualcosa come cento miglia all’ora scorre il paesaggio a nord di Dundee, insolitamente squallido per essere in Scozia. Piove. Un cielo uniformemente grigio sfuma in nebbia all’orizzonte. Per un istante penso che questo sia niente in confronto all’Antartide.

“Il povero pinguino” continua Jack non accorgendosi che ho perso il filo “se ne resta fermo come un coglione un intero inverno con il suo accidenti di uovo sotto la pancia”.

L’immagine del pinguino ce l’ho ben chiara davanti agli occhi anche se non ho visto il documentario. Solo il pensiero di restare immobile mentre imperversa una bufera mi fa raggelare. Mi viene in mente la neve orizzontale vista a Riga a fine marzo, mentre in ufficio al caldo cercavo di dirimere un contenzioso tra un cliente e un mio collega tedesco. Nevicava con vento forte. I fiocchi sfrecciavano davanti alla finestra senza nessuna possibilità di posarsi a terra. Per questo pinguino, lui in mezzo a una caterva di suoi simili, dev’essere uguale: giorni e notti all’addiaccio con la neve sparata dritta negli occhi.

Annuisco a Jack, pur non seguendolo da un minuto abbondante e non sapendo bene se mi riferisco a quella del pinguino o alla nostra gli rispondo riprendendo le sue ultime parole: “fucking life”.

 

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