Joyce dice (alcuni maestri ai miei occhi)

Joyce dice che bisogna scrivere tagliandosi le unghie, ovvero mantenere con la pagina scritta quella distanza, quel distacco che si ottiene con la realtà quando ci si taglia le unghie. Questo, immagino, sottintende un minimo di decenza, quindi è un’operazione da fare in solitudine, appartati, se non proprio di nascosto per evitare ogni imbarazzo.

Landolfi sostiene che non vale la pena scrivere, che è un’operazione troppo faticosa, tutta fisica, deprimente e dicendo questo verga centinaia e centinaia di pagine.

Pushkin scrive ispirato solo quando imperversa la peste e lui così è costretto a un esilio forzato che si rivela in breve tempo estremamente proficuo.

Gogol sembra scrivere solo all’estero, soprattutto a Roma. Quando torna in patria immancabilmente raccoglie i manoscritti in un mazzetto e ne fa un bel fuoco.

Edgar Lee Masters scrive mentre viaggia in carrozza tra uno spintone e l’altro, seduto su una panchina, in fila allo sportello della banca. Scrive su scontrini, ricevute, biglietti del teatro. In mancanza di carta scriverebbe sui propri abiti se solo potesse. Questo perché è uno scrittore in presa diretta e probabilmente tagliandosi le unghie seduto alla scrivania non riuscirebbe a buttare giù neanche una riga.

Svevo invece scrive in gran segreto, lascia i suoi romanzi in un cassetto per venticinque anni. Un bel giorno cercando una saponetta o una lametta da barba si ritrova tra le mani quello spesso fascicolo e pensa tra sé e sé: proviamo a pubblicarlo.

Zavattini per scrivere si guarda allo specchio pensieroso, fa delle smorfie, digrigna i denti.

Tolstoj scrive tutte le mattine con regolarità maniacale. Ispirazione o meno si butta sulle pagine e scrive fiumi di parole che prosciugano velocemente interi calamai. Scrive come se marcasse tutti i giorni il cartellino, felice al pensiero che nel pomeriggio potrà zappare, sfalciare, accudire il bestiame, aiutare un contadino a mietere.

Dostoevski scrive solo dopo lunghe passeggiate per le vie del centro, sbirciando furtivamente attraverso le tende delle finestre, le porte socchiuse, i sottoscala. E sono chilometri e chilometri di marciapiedi, strade, vicoli, che diventeranno pagine e pagine di letteratura. Dostoevski per inciso è uno dei pochi scrittori che ha la certezza di essere pubblicato prima ancora che lui abbia scritto.

T.S. Eliot dopo una giornata di lavoro si apparta in un monolocale anonimo, lontano dall’ufficio, lontano dalle crisi isteriche della moglie e finalmente scrive, immemore di sé.

Calvino si mette al lavoro solo se circondato da muri di enciclopedie, manuali, libri di narrativa, letteratura di ogni genere. Fissando il dorso di tutti questi volumi che vigilano sul suo lavoro scrive.

Pessoa sembra avere scritto tutto seduto al tavolo di un bar, non è mai stato da nessuna parte, non si è mai allontanato da quel caffè di Lisbona.

Leskov per decenni si occupa di commercio, viaggia lungo il Volga, il Dnepr, il Don. Conosce marinai, mercanti, ladri, furfanti, assassini, donne georgiane, cinesi, turche e mongole. A un certo punto dice basta, inizio a scrivere.

Jorge Luis Borges, cieco, cerca con gli occhi e la pelle del viso il tepore del sole, immagina storie fantastiche senza epoca e latitudine. Le scrive o le fa scrivere spacciandole per vere e ancora oggi quando le leggo mi sembrano più credibili della realtà stessa.

 

Colazione con Sofie

Luminosa natura morta con ragazza al computer

(I destini generali, Le luci della centrale elettrica)

 

Questa mattina faccio colazione con Sofie, una mia collega francese qui a Parigi come me per una fiera.

La trovo sola al tavolo. Saluto, appoggio la giacca sulla sedia e vado a prendere qualcosa al buffet.

Quando ritorno è tutta presa a spalmare del burro su una fetta biscottata.

Mi viene in mente la scena di Baci rubati in cui la ragazza insegna a Antoine Doinel come stendere il burro su due fette biscottate sovrapposte in modo da non romperle. Sofie, nonostante sia francese non usa questa tecnica e mentre preme con il coltello una fetta le si sbriciola in mano. Questo piccolo incidente le provoca uno scatto nervoso. Improvvisamente ha un’aria desolata, come se le fosse caduto un intero calice di vino sul vestito.

Decido di non dirle niente della scena del film. Fingo di non essermi accorto di nulla.

Le chiedo come sta. Dice che da un mese si è rimessa a fumare dopo averne fatto a meno per tredici anni. I suoi genitori si stanno separando. Ha smesso persino di fare sport. Si occupava di capoeira e fitness, ma la capoeira in fondo non le è mai piaciuta: “non è solo uno sport, è uno stile di vita nel quale non mi riconosco”.

Restiamo in silenzio qualche istante.

“Non ho mai assistito a un’esibizione di capoeira” le dico, “salvo un pomeriggio d’estate in spiaggia: due ragazzi a torso nudo hanno improvvisato questa danza in riva al mare attirando subito un capannello di curiosi.”

Appena finisce di mangiare prende due minuscole pastiglie con un sorso di succo di frutta. Non le chiedo a cosa servono.

Si alza per prima, deve rientrare in stanza per prepararsi e prendere il bagaglio. Dice solo “Ci vediamo dopo”.

Decido di rimanere qualche minuto in più seduto al tavolo.

Sulla tovaglia, dalla parte di Sofie, restano briciole di pane, semi di girasole, un pacchetto di burro aperto e uno di marmellata. Un tovagliolo di carta stropicciato. Coltello e forchetta di traverso sul piatto. Nel piatto altre briciole. Un bicchiere vuoto con del succo d’arancia sul fondo.

Dalla mia parte una ciotola di yogurt e una tazza di caffè.

Mi ritrovo stupidamente a chiedermi se quello che resta della nostra colazione possa aggiungere qualcosa su di noi.