A pranzo con Irene

Oggi pranzo con Irene. E’ qui a Firenze perché stamattina ha fatto degli esami in ospedale. Qualche mese fa le hanno scoperto uno scompenso nei globuli bianchi, una degenerazione inspiegabile. Forse un tumore.

La cosa mi sembra seria, ma Irene mentre ne parla ride. E allora mi viene in mente che lei è così: parte sempre dal peggio, tira al melodrammatico, poi si riprende, sdrammatizza.

Dice che è una forma ereditaria e in effetti qualche suo parente ha avuto una cosa simile, tipo sua nonna.

“Se n’è andata per questo?” le chiedo serioso.

“Ma va” fa lei, “è ancora al mondo. Quest’estate compie novantadue anni…”.

Tutto sommato non mi sembra preoccupata. Sono felice di vederla e glielo dico in continuazione. Irene resta la mia ex collega preferita. Una donna tutta d’un pezzo, schietta, spontanea, a volte fintamente ingenua. Con lei mi viene naturale infilarmi in lunghe chiacchierate. Quando eravamo compagni d’ufficio praticavamo il pettegolezzo sfrenato e adesso che non lavoriamo più assieme ogni tanto ci dobbiamo incontrare per metterci in pari.

“Sai che sopra ci sono delle camere?” le dico interrompendola.

“Quindi?”

“Niente. Volevo dirti che ne ho prenotata una per noi due.”

(Sguardo interrogativo di lei)

“Andiamo su.”

“Ma sei fuori? Smettila dai.”

“Guarda, ti resta così poco da vivere… Io ci farei un pensiero…”

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King size bed

“Non ci sono camere doppie con letti singoli. L’albergo è pieno. C’è la fiera.”

Pure noi siamo qui a Amsterdam per la fiera.

Il tipo alla reception anche se gentile ci guarda con un’espressione che mescola ovvietà a ironia. E questa sua aria a noi non piace. Gli chiediamo di verificare, di guardare bene. Niente da fare. La camera che abbiamo prenotato e che ci è stata assegnata ha un solo letto: king size.

Il mio titolare lo conosco abbastanza bene, è un coetaneo, abbiamo un rapporto di lavoro informale. Ci diamo del tu. L’unico neo è che lui è un uomo, come me, e nessuno di noi due smania all’idea di dormire assieme, anche se solamente per un paio di notti, in un letto matrimoniale.

“I’m sorry” dice il ragazzo della reception con un accidenti di sorriso ironico.

Ci guardiamo scrollando le spalle più divertiti che imbarazzati. Il ragazzo prende la chiave, ci accompagna in cima a una ripida rampa di scale, apre la porta della nostra camera: ampio ingresso, bagno sulla sinistra e lettone al centro.

“Vi auguro una buona serata” ci dice congedandosi.

La prendiamo sul ridere e siamo d’accordo che dopo avere sistemato rapidamente i bagagli usciamo per andare a cena fuori e fare due passi in centro.

Ora non ricordo dove siamo andati a cena, il ristorante o cosa abbiamo mangiato. Quello che ricordo bene è che era pieno inverno, freddo e pioveva. Per cui ci siamo procurati un ombrello e dopo cena siamo andati a spasso in due, gomito a gomito, sotto lo stesso parapluie. Guarda caso siamo finiti nella zona rossa. Abbiamo passeggiato per strade strette con le vetrine illuminate al neon dove le ragazze di tutti i generi, provenienza, gusti e colori si offrono a pagamento dietro al vetro.

Mentre parlavamo fitto di lavoro, dei colleghi, di come organizzarci il giorno dopo in fiera, commentavamo di straforo anche le ragazze che si presentavano man mano durante la passeggiata. Tipo: hai visto quella? Banali osservazioni sull’aspetto fisico. Insomma cose da maschi.

Fatto sta che proprio nel momento in cui eravamo presi dalla nostra conversazione su un problema da risolvere al lavoro il mio titolare dice: “Io vado qui.”

Mi lascia solo sotto l’ombrello e s’infila in una vetrina dove c’è una tipa minuta biondo platino in bikini, modello nord Europa.

Passo ancora dieci minuti a zonzo in questa sera piovigginosa e decido di rientrare. Sulla soglia dell’albergo mi scappa da ridere perché mi chiedo tra me e me: lo aspetto qui seduto in uno dei divanetti della reception o a letto?

Adesso non cerco più il bamboccio

Samantha, la mia collega e compagna d’ufficio, si è mollata col ragazzo. E’ successo anche l’anno scorso, non so se con lo stesso.

Quando si lascia col moroso perde completamente la fiducia in se stessa. Sembra smarrita. Tutte le sante mattine appena arriva in ufficio il suo primo pensiero è ascoltare l’oroscopo su internet: per un minuto buono mi fa sentire la voce di questo debosciato che snocciola a caso fregnacce sulla vita, l’amore e le stelle. Non ancora sazia mi chiede – ogni giorno – di che segno sono e fa partire il mio, di oroscopo.

Dall’estate scorsa questo premio Nobel parlando a vanvera del Leone ripete che devo mettere ordine nelle mie finanze e darmi una calmata con le spese. Sempre uguale. Oramai mi ha sfracellato l’anima con sta menata.

Ascoltato l’oroscopo Samantha si trucca scrutandosi in uno specchietto tascabile. Sopracciglia, ciglia, fard, cipria, rossetto. Chatta una buona mezz’ora su skipe. Fa un paio di telefonate. Va in bagno con una collega. Beve un caffè con un’altra. Riceve cinque minuti la sua amica dell’Amministrazione. Solo sulle undici realizza di essere in ufficio e finalmente si mette a fare qualcosa, così, per ammazzare il tempo.

Biascica chewing-gum ininterrottamente. Tracanna litri d’acqua. A metà mattina o a metà pomeriggio si concede uno spuntino previsto dalla dieta che gli ha consigliato un tizio in palestra: prosciutto crudo e yogurt.

Presa da questa burrasca sentimentale è come una mina vagante. Offerte sconclusionate, lettere d’invito inevase, pratiche che scompaiono nel nulla, cose da ripetere tre volte.

Ci sono giornate in cui ha gli ormoni a mille: vestita abitualmente da pin up cammina sculettando davanti alla mia scrivania, si appoggia al tavolo, busto a novanta gradi,  lancia occhiatacce da gazzella del Serengheti.

Uno di questi giorni penso di prendere su e sbattere la testa contro il muro.

Oggi di punto in bianco nel silenzio dell’ufficio mentre armeggiava con specchietto e eyeliner se n’è uscita con una frase lapidaria:

“Adesso non cerco più il bamboccio bello. Voglio solo un uomo che mi fa stare bene.”

Desiderio plausibile.

Mi guarda.

La guardo.

Provo a immaginare l’uomo che la farà stare bene e mi chiedo – per un momento complice – di che segno potrà mai essere.