A pranzo con Irene

Oggi pranzo con Irene. E’ qui a Firenze perché stamattina ha fatto degli esami in ospedale. Qualche mese fa le hanno scoperto uno scompenso nei globuli bianchi, una degenerazione inspiegabile. Forse un tumore.

La cosa mi sembra seria, ma Irene mentre ne parla ride. E allora mi viene in mente che lei è così: parte sempre dal peggio, tira al melodrammatico, poi si riprende, sdrammatizza.

Dice che è una forma ereditaria e in effetti qualche suo parente ha avuto una cosa simile, tipo sua nonna.

“Se n’è andata per questo?” le chiedo serioso.

“Ma va” fa lei, “è ancora al mondo. Quest’estate compie novantadue anni…”.

Tutto sommato non mi sembra preoccupata. Sono felice di vederla e glielo dico in continuazione. Irene resta la mia ex collega preferita. Una donna tutta d’un pezzo, schietta, spontanea, a volte fintamente ingenua. Con lei mi viene naturale infilarmi in lunghe chiacchierate. Quando eravamo compagni d’ufficio praticavamo il pettegolezzo sfrenato e adesso che non lavoriamo più assieme ogni tanto ci dobbiamo incontrare per metterci in pari.

“Sai che sopra ci sono delle camere?” le dico interrompendola.

“Quindi?”

“Niente. Volevo dirti che ne ho prenotata una per noi due.”

(Sguardo interrogativo di lei)

“Andiamo su.”

“Ma sei fuori? Smettila dai.”

“Guarda, ti resta così poco da vivere… Io ci farei un pensiero…”

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La mia valigia 24 ore

È una cosa che volevo fare da tempo: vuotare sul letto il contenuto della mia valigia 24 ore. Un esercizio alla Perec, l’elenco di quello che mi porto appresso quando vado all’estero e sono in giro per lavoro.

Parto dalla tasca sul retro, quella con la cerniera. C’è l’agenda planning della Quovadis, poco più grande di un portafoglio,  con la copertina nera, già un po’ ingrossata per le pagine scritte: siamo in giugno e di linguette in angolo da strappare – una per ogni settimana – apparentemente ne restano poche.

Un numero dell’Economist intitolato The war beyond the war con un carrarmato in copertina che bombarda o si accinge a bombardare Beirut. Il taccuino della Moleskine, anche questo grande come un portafoglio e con la copertina nera. Ci scrivo i miei appunti di getto: idee, brevi osservazioni. Sulla prima pagina dove c’è scritto As a reward dollars nel caso che lo smarrisca e lo ritrovi qualcuno, ho scritto 500, ma ho sempre il dubbio di avere esagerato, anche perché la maggior parte degli appunti li trascrivo in breve tempo al computer. Un libro: Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar in un’edizione pubblicata qualche anno fa da Repubblica. È il libro che sto leggendo in questi giorni. Un cd che mi ha dato il Direttore Commerciale sui progetti relativi alla Carrettera Panamericana che non ho ancora visto e che non ho intenzione di vedere. Un pacchetto di fazzoletti di carta. Un astuccio trasparente con spazzolino da denti e dentifricio. Due buste da lettere dell’hotel Tergui di Bourdj Bou-Arrerid in Algeria, che ho tenuto ma non so se userò mai. Un piccolo blocchetto a quadretti con i fogli staccabili, anche questo per gli appunti. Un paio di chiavette USB per fare il back up del computer. Un depliant informativo sui lavori autostradali in corso in Italia e in programma di realizzazione. Un righello sottile e flessibile. Una graffetta rosa. Un evidenziatore giallo della Faber Castell. Tre matite. Sette penne a sfera. Tre salviette rinfrescanti dell’Alitalia. Il mazzo di chiavi della casa in via Siepelunga che mi ero scordato di avere in valigia. Un sacchetto trasparente e malandato contenente tre caramelle al miele e propoli per il mal di gola: sono dell’inverno scorso, la confezione è oramai impresentabile.

Passo alle tasche centrali. Nella prima tasca ci sono vari fascicoli. Una busta contiene quelle che sono le note dei lavori in corso, delle cose da fare o fatte  durante la settimana. Fogli ed estratti di riviste che riguardano il lavoro, estratti di documentazione tecnica, copie di fax di clienti da contattare o contattati. Sei pagine di appunti in lingua russa, una fotocopia di un biglietto da visita di un danese, un foglio che riassume il fatturato degli ultimi tre anni e il budget dell’anno in corso. La fotocopia di una fattura proforma. Il riepilogo del fatturato di tutti i mercati esteri, il testo di una canzone di Robbie Williams: Advertising space. Una copia del listino prezzi dei prodotti più venduti dell’azienda. Alcuni fogli bianchi.

Un’altra busta di plastica trasparente contiene una copia del mio contratto annuale di lavoro ed un modulo da compilare per le detrazioni d’imposta. Nella busta successiva ci sono degli estratti di bando di gara pubblicati su internet, l’indirizzo di alcune amministrazioni comunali e provinciali dell’Emilia-Romagna. Una busta vuota. Una cartellina trasparente con i titoli dell’album Illinois di Sufjan Stevens e degli appunti di lavoro. Una busta con la delega per l’auto aziendale ed una cartina stradale fotocopiata della provincia di Bergamo. Una decina di cataloghi aziendali. Uno studio preventivo in inglese su un lavoro eseguito sul grande raccordo anulare di Roma. Una cartellina con scritto sopra a penna Formazione, che contiene un fascicolo di appunti e fotocopie relative a vari prodotti e tecnologie per le costruzioni stradali. Questo è quello che contiene la tasca principale della borsa.

Nella tasca centrale c’è il computer portatile.

La tasca successiva contiene una macchina fotografica digitale, il carica batteria del telefono cellulare, un adattatore universale per le prese elettriche. Una busta di plastica dell’agenzia viaggi La Trottola, vuota. Un biglietto aereo dell’Austrian Airlines Bologna-Vienna-Kiev già usato. Una busta di plastica gialla che contiene varie cose alla rinfusa: un mazzetto di miei biglietti da visita, una tessera mille miglia dell’Alitalia, una tessera Frequent Traveller della Lufthansa, una bustina di miele, un foglietto piegato in tre con indicate tutte le compagnie del gruppo Sky Team, un biglietto da visita di un cliente, la scheda con i codici di accesso del cellulare, due schede in spagnolo sul segno zodiacale del leone e del cancro comprate a Buenos Aires, un’altra delega per l’auto aziendale, cinque pastiglie di antistaminico per l’allergia ai pollini, quattro foto formato tessera, due chiavette di una valigia che non uso da tempo, una graffetta, un elastico, alcuni spiccioli di moneta lituani e un centesimo di euro. Un temperamatite. Banconote avanzate dai viaggi di vari paesi: Tunisia, Marocco, Lituania, Ucraina, Romania, Repubblica Ceca, Algeria, Ungheria, Russia.

Prima della tasca frontale ci sono tre piccoli scomparti che contengono un lettore musicale mp3 con gli auricolari ed il cavo per ricaricarlo, un blocchetto di post-it gialli rettangolari, la carta d’identità e il passaporto. Un sacchetto di stoffa che contiene il cavetto con le cuffie da collegare al computer portatile e un altro lettore mp3. Una piccola calcolatrice.

Nell’ultima tasca, quella frontale, c’è una scatola contenente una scheda di connessione a internet via etere. Un cavetto per la connessione del computer alla linea telefonica. Il cavetto per caricare la batteria della macchina fotografica. Due cavetti per la connessione del computer alla rete elettrica.

Questo è tutto quello che c’è nella mia borsa 24 ore che porto sempre con me.

 

In mood for music – Dente

Ogni tanto ti penso spesso

In mood for music – Le luci della centrale elettrica

Luminosa natura morta con ragazza al computer