A pranzo con Irene

Oggi pranzo con Irene. E’ qui a Firenze perché stamattina ha fatto degli esami in ospedale. Qualche mese fa le hanno scoperto uno scompenso nei globuli bianchi, una degenerazione inspiegabile. Forse un tumore.

La cosa mi sembra seria, ma Irene mentre ne parla ride. E allora mi viene in mente che lei è così: parte sempre dal peggio, tira al melodrammatico, poi si riprende, sdrammatizza.

Dice che è una forma ereditaria e in effetti qualche suo parente ha avuto una cosa simile, tipo sua nonna.

“Se n’è andata per questo?” le chiedo serioso.

“Ma va” fa lei, “è ancora al mondo. Quest’estate compie novantadue anni…”.

Tutto sommato non mi sembra preoccupata. Sono felice di vederla e glielo dico in continuazione. Irene resta la mia ex collega preferita. Una donna tutta d’un pezzo, schietta, spontanea, a volte fintamente ingenua. Con lei mi viene naturale infilarmi in lunghe chiacchierate. Quando eravamo compagni d’ufficio praticavamo il pettegolezzo sfrenato e adesso che non lavoriamo più assieme ogni tanto ci dobbiamo incontrare per metterci in pari.

“Sai che sopra ci sono delle camere?” le dico interrompendola.

“Quindi?”

“Niente. Volevo dirti che ne ho prenotata una per noi due.”

(Sguardo interrogativo di lei)

“Andiamo su.”

“Ma sei fuori? Smettila dai.”

“Guarda, ti resta così poco da vivere… Io ci farei un pensiero…”

L’orologio digitale

Il mio amico ha un orologio moderno, digitale, super tecnologico. Con i secondi che pulsano e persino le frazioni di secondo, illeggibili da tanto scorrono veloci. Ma dice che gli servono per cronometrarsi quando corre. Un orologio sincronizzato col satellite per ritararsi in automatico regolarmente ogni non so quanto sull’ora di Greenwich.

Ma lui, il mio amico, non è mai puntuale.

La mattina a Tunisi

La mattina a Tunisi mentre mi faccio la barba sento il gallo che canta. Come succedeva a La Havana nonostante l’albergo fosse in pieno centro, o a Nairobi quando la mia camera dava sul retro dell’affollatissima Mombasa Road. Canta ripetutamente, come è successo per millenni all’alba. Sentirlo mi riporta indietro di secoli. Luoghi e momenti che non ho vissuto, di cui ho letto nei libri, visto nei film o anche solo immaginato, diventano miei.

E mentre mi arriva il suo canto riesco a cogliere senza malinconia quello che dura ben oltre la mia vita. Il bagliore del sole sull’intonaco bianco delle case. La pace dei cipressi che circondano l’orizzonte. Lo strepito delle rondini nell’aria del mattino. Le voci dei bambini che riecheggiano giù in strada.

King size bed

“Non ci sono camere doppie con letti singoli. L’albergo è pieno. C’è la fiera.”

Pure noi siamo qui a Amsterdam per la fiera.

Il tipo alla reception anche se gentile ci guarda con un’espressione che mescola ovvietà a ironia. E questa sua aria a noi non piace. Gli chiediamo di verificare, di guardare bene. Niente da fare. La camera che abbiamo prenotato e che ci è stata assegnata ha un solo letto: king size.

Il mio titolare lo conosco abbastanza bene, è un coetaneo, abbiamo un rapporto di lavoro informale. Ci diamo del tu. L’unico neo è che lui è un uomo, come me, e nessuno di noi due smania all’idea di dormire assieme, anche se solamente per un paio di notti, in un letto matrimoniale.

“I’m sorry” dice il ragazzo della reception con un accidenti di sorriso ironico.

Ci guardiamo scrollando le spalle più divertiti che imbarazzati. Il ragazzo prende la chiave, ci accompagna in cima a una ripida rampa di scale, apre la porta della nostra camera: ampio ingresso, bagno sulla sinistra e lettone al centro.

“Vi auguro una buona serata” ci dice congedandosi.

La prendiamo sul ridere e siamo d’accordo che dopo avere sistemato rapidamente i bagagli usciamo per andare a cena fuori e fare due passi in centro.

Ora non ricordo dove siamo andati a cena, il ristorante o cosa abbiamo mangiato. Quello che ricordo bene è che era pieno inverno, freddo e pioveva. Per cui ci siamo procurati un ombrello e dopo cena siamo andati a spasso in due, gomito a gomito, sotto lo stesso parapluie. Guarda caso siamo finiti nella zona rossa. Abbiamo passeggiato per strade strette con le vetrine illuminate al neon dove le ragazze di tutti i generi, provenienza, gusti e colori si offrono a pagamento dietro al vetro.

Mentre parlavamo fitto di lavoro, dei colleghi, di come organizzarci il giorno dopo in fiera, commentavamo di straforo anche le ragazze che si presentavano man mano durante la passeggiata. Tipo: hai visto quella? Banali osservazioni sull’aspetto fisico. Insomma cose da maschi.

Fatto sta che proprio nel momento in cui eravamo presi dalla nostra conversazione su un problema da risolvere al lavoro il mio titolare dice: “Io vado qui.”

Mi lascia solo sotto l’ombrello e s’infila in una vetrina dove c’è una tipa minuta biondo platino in bikini, modello nord Europa.

Passo ancora dieci minuti a zonzo in questa sera piovigginosa e decido di rientrare. Sulla soglia dell’albergo mi scappa da ridere perché mi chiedo tra me e me: lo aspetto qui seduto in uno dei divanetti della reception o a letto?

Il ciglio

Sono seduti al tavolino del bar di fianco a me. Non ho niente da leggere, ho bevuto il mio caffè, non posso fare altro che guardarmi attorno e ascoltare.
“Posso fare una cosa?” chiede lei.
“Cosa?” le risponde lui.
“E’ più forte di me” dice lei, “quando vedo un ciglio devo fare il gioco del desiderio”.
“Va bene” dice lui.
Avranno vent’anni. Direi che stanno assieme, ma chi può stabilirlo con certezza.
Lei delicatamente, con un movimento lento, prende il ciglio sul viso di lui con la punta del pollice e del medio a pinza. Riesce ad afferrarlo al primo colpo. Lo deposita sul polpastrello dell’indice della mano destra. Lui mette il polpastrello del suo dito indice sopra quello di lei. Le dita si comprimono una contro l’altra e il ciglio resta schiacciato tra i due polpastrelli.
Il mondo si ferma.
“Desiderio” dice lei guardandolo negli occhi.
Tre, forse quattro secondi di silenzio e lui dice “Fatto. Desiderio espresso”.
Distaccano le dita, il ciglio resta appiccicato al polpastrello di lui.
Lei ci rimane male, ha un aria delusa: “Mai una volta che resti attaccato alle mie dita” dice.
Lui sorride, sembra non dare peso alla cosa.
“Qual è il tuo desiderio?” chiede lui.
“Non si può dire” dice lei. “E il tuo?”
“Il mio desiderio” dice lui “è che si esaudisca il tuo”.
Lei sgrana gli occhi, sorride.
“Solo” dice lei “adesso che me l’hai detto mi sa che non si esaudisce nemmeno il tuo…”

Bau bau

Fa così quando è sovrappensiero. Agitato. In fibrillazione per qualcosa che lo tormenta. Come se improvvisamente fosse solo al mondo. Prende a dire: bau bau miao miao. Bau bau miao miao.
Così. A ripetizione.
Passando per il corridoio, a volte schioccando le dita: bau bau miao miao…
Tra le varie uscite che mi tocca sorbire del mio capo, questa è quella che mi cattura di più.

Con il mio niente

Trattava suo marito a pesci in faccia. Lo scherniva di continuo prendendolo in giro davanti a tutti, come se fosse il suo zimbello. Sempre qualcosa da criticare, da ridire su di lui.

Le poche volte che sono stato a casa loro i gesti più consueti nei confronti del marito erano scrollate di spalle, occhi al soffitto. Le parole più frequenti un misto di commiserazione e compassione.

Lui sempre zitto a incassare i colpi come un sacco pieno di sabbia. Condiscendente, benevolo. Un santo votato al martirio.

Poi un giorno è morto. Finito sotto una macchina.

Lei ora al telefono piange. E mentre cerco di consolarla controvoglia se ne esce con questa frase: “Quando c’era lui con il mio niente ero una signora.”

Sbigottito la sto a sentire ancora qualche minuto senza ascoltarla. Penso a lui. Poveraccio. E con una scusa metto giù.

Jack, il pinguino e io

Ho giocato a tennis per un sacco di motivi e nessuno era il mio.

(Andre Agassi)

 

Jack, mentre andiamo in macchina da un cliente, mi racconta del documentario sui pinguini che ha visto ieri sera. Il pinguino maschio passa l’intero inverno a covare, immobile al freddo, sotto bufere di neve e vento sferzante, mentre la pinguina se ne va in giro a nuotare e a caccia.

“Cavolo” dice Jack “quel fottuto pinguino tutto il tempo fermo sotto le intemperie…”.

Ascolto e non ascolto Jack. Ho la testa altrove. In più non è facile seguire il suo scozzese stretto. Fuori dal parabrezza mentre viaggiamo a qualcosa come cento miglia all’ora scorre il paesaggio a nord di Dundee, insolitamente squallido per essere in Scozia. Piove. Un cielo uniformemente grigio sfuma in nebbia all’orizzonte. Per un istante penso che questo sia niente in confronto all’Antartide.

“Il povero pinguino” continua Jack non accorgendosi che ho perso il filo “se ne resta fermo come un coglione un intero inverno con il suo accidenti di uovo sotto la pancia”.

L’immagine del pinguino ce l’ho ben chiara davanti agli occhi anche se non ho visto il documentario. Solo il pensiero di restare immobile mentre imperversa una bufera mi fa raggelare. Mi viene in mente la neve orizzontale vista a Riga a fine marzo, mentre in ufficio al caldo cercavo di dirimere un contenzioso tra un cliente e un mio collega tedesco. Nevicava con vento forte. I fiocchi sfrecciavano davanti alla finestra senza nessuna possibilità di posarsi a terra. Per questo pinguino, lui in mezzo a una caterva di suoi simili, dev’essere uguale: giorni e notti all’addiaccio con la neve sparata dritta negli occhi.

Annuisco a Jack, pur non seguendolo da un minuto abbondante e non sapendo bene se mi riferisco a quella del pinguino o alla nostra gli rispondo riprendendo le sue ultime parole: “fucking life”.

 

Questa sera sono a cena da solo

Questa sera sono a cena da solo. La cameriera dice prego ogni volta che posa un piatto sul tavolo. Lo dice meccanicamente senza levare lo sguardo. Le sue sono brevi incursioni nella sala degli ospiti. Assolve al suo compito in maniera veloce. Il servizio non prevede dialogo. Chissà perché ma mi ricorda una monaca che dispone religiosamente soprammobili e suppellettili pensando ad altro.

Dei sei tavoli della sala cinque sono occupati. L’uomo solo in un angolo, uscito per fumare una sigaretta, è rientrato barcollando. La sua caraffa da mezzo litro di rosso in effetti è vuota. Nel calice restano due dita di vino. Per ammazzare il tempo estrae dal portafoglio carte di credito e documenti. Fa questo con aria sorpresa, come se non riconoscesse se stesso nel nome stampato su quelle carte. È straniero. Direi mediorientale, non potendo stabilire con certezza se cipriota, libanese o siriano.

Nel tavolo dell’altro angolo una ragazza e due uomini parlano del niente alternando inglese e italiano. Li sento distintamente chiacchierare su ricette, vini francesi, vacanze, soprannomi, meteo e altro sul quale non riesco a concentrare l’attenzione per più di qualche secondo. Probabilmente una cena di lavoro.

Il signore del Middle-East decide di intaccare la brocca dell’acqua.

Al mio fianco altri tre si sono seduti da poco: un altro tavolo con una ragazza, un ragazzo e un adulto. La ragazza è stata l’unica a salutarmi entrando: per pura circostanza ha pronunciato un impercettibile bonsoir. Poi la sua voce non si è più sentita. Parlano solo i due uomini, in italiano con un accento meridionale. Il ragazzo dice che è fuori per lavoro quindici giorni al mese per cui gli è sempre più difficile fare sport. Questo è tutto quello che ho colto.

Parlano di sport anche al tavolo di fronte a me: sono amici del titolare e il titolare appena arrivato mangia assieme a loro. Mi sembrano quelli più presi dal cibo che dalla conversazione. La donna è l’unica a tenere banco: dice che Milano è diversa.

Ora nel bicchiere dell’uomo mediorientale resta solo un dito di vino rosso.

Io scrivo.

 

In mood for music – Dente

Ogni tanto ti penso spesso

Ho visto due merli

Ho visto due merli scegliere come luogo per le loro cerimonie nuziali i rami di un’antenna televisiva. Li ho visti saltellare e rincorrersi attraverso i tubi grigi, girare attorno al palo principa­le. Salire e scendere dai listelli per la ricezione dei canali locali a quelli del­le reti nazionali, ripetere il loro rituale come per millenni hanno fatto sui rami di vecchie querce. E questo mi dice qualcosa sulla loro e sul­la nostra capacità di adat­tamento, mi fa credere per un momento che loro riuscirebbero a vivere an­che senz’alberi, e noi sen­za televisori.

 

Ho fatto un casino

“Ecco il tuo morso oscuro di tarantola: son pronto.”

(Eugenio Montale, Il ritorno)

“Ho fatto un casino.”

Dice questo piangendo. I suoi occhi azzurro mare adesso paiono liquidi, prendono profondità. Le lacrime cadono sul dorso della mano, sul vestito, come se piovesse.

Fuori piove.

Sembra un film. Come nei film tutte le volte che c’è un momento drammatico piove. Dev’essere un espediente cinematografico per dare maggiore intensità alla scena e renderla inequivocabilmente reale. Mi scopro a pensare che nelle sue lacrime ci sia un po’ di fiction, ma cerco di allontanare questo pensiero: non voglio sovvertire regole del cinema comunemente accettate, tanto meno credere che lei stia recitando o che la pioggia fuori sia un artificio.

Ha il viso bagnato. Il rimmel sulle ciglia si scioglie cerchiandole gli occhi di nero.

Dice che ha fatto un casino, ma non dice altro.

Preparo due tazze di tè e gliene metto una di fronte sul tavolo. “Attenta che scotta” le dico. Ma lei non lo tocca, lo lascia raffreddare. E’ come se non avesse sentito la mia voce.

Dice che erano diventati come fratelli lei e suo marito. Lei sempre presa dal lavoro, dalle sue trasferte all’estero. Lui che doveva ancora dare alcuni esami all’università. In pratica non si vedevano mai.

Posso solo fare supposizioni. Forse lei ha avuto una storia. Forse è arrivata al punto di non provare più niente nei suoi confronti. A pensare il peggio ci si prende. Per cui quello che si insinua nella mia mente è che lei sia stata con un altro e lui se ne sia accorto. O che lei abbia fatto in modo che lui se ne accorgesse.

Penso a quanto possa essere doloroso separarsi per due persone che non si vedono mai.

“All’inizio passavamo assieme tutti i fine settimana” dice riprendendosi. “Dormivamo in un appartamento in affitto. Un monolocale soppalcato con una terrazza che dava sul campanile di una chiesa. Le campane suonavano dalle sette di mattina alle dieci di sera.”

“Non c’era bisogno di mettere la sveglia per alzarsi. Un incubo. Ogni ora un tocco forte e la campana piccola per i quarti d’ora. Quando suonava la prima campana mi svegliavo di soprassalto. Sette tocchi uno dietro l’altro. Non sono mai riuscita ad abituarmi.”

Improvvisamente diventa loquace. Smette di piangere.

“Qualche domenica andavamo in giro a piedi a cercare case in vendita. Ne abbiamo trovata una che ci piaceva, l’abbiamo fermata subito pagando una caparra.”

Beve un sorso di tè. Si soffia il naso con un fazzoletto tutto stropicciato.

“Mi ha fatto arrivare una lettera ingiuntiva da un avvocato. Non vuole darmi un soldo.”

Mi chiedo se farei lo stesso nei panni di lui. Forse alla fine di una storia tutto si riduce a una questione economica.

“Cosa devo fare? Dimmi cosa devo fare”.

Si asciuga le lacrime col palmo delle mani.

C’è qualcosa che non mi dice e non me la sento di chiederglielo. In fondo non so niente di lui e poco più di niente di lei. Non mi va di impicciarmi della sua vita.

“Che casino” dice lei, “che casino che ho fatto”.

Ora le lacrime cadono sul piano del tavolo, sul legno liscio, senza nessuna possibilità di evaporare.

Restiamo un attimo senza parlare.

Sono questi momenti di silenzio quelli che preferisco. Mi viene in mente una canzone di Paolo Conte, il titolo dev’essere Un vecchio errore: “Niente di niente… spiegalo alla gente, cosa vuol dire, cosa vuol dire amare l’amore, senza mai fare neanche un errore.”

La guardo negli occhi e cerco di capire che cos’è che non mi vuole dire. Mentre sorseggio il tè e mi chiedo se mi metterei con una come lei.

Non servono altre parole. Fossi il regista di questo film proseguirei con la pioggia fuori e chiuderei con la canzone di Paolo Conte senza aggiungere altro.

Sarebbe solo una scena del film, non il finale.