Duty free

Non mi fermo quasi mai nei duty free degli aeroporti. In genere trascorro l’attesa dell’imbarco leggendo un libro, una rivista o guardandomi attorno cercando di rilassarmi. L’unico negozio che m’interessa a volte è quello dove vendono orologi.

Oggi a Lione ce n’è uno proprio di fronte al controllo bagagli. Recupero la ventiquattrore, rimetto l’orologio al polso, la valigia a tracolla e mi dirigo verso la vetrina. Entro a dare un’occhiata.

Ultimamente l’orologio che più mi cattura è il Free lance di Raymond Weil, anche se trovo che sia fuori misura per il mio polso. L’altro orologio dei miei desideri è il Monaco di Tag-Heur. Cassa quadrata, sfondo azzurro, aria vintage e sportiva allo stesso tempo. Decisamente il più accattivante. Ma mi dico convinto che non arriverò mai a buttare 4.000 Euro per un orologio.

La commessa fino ad ora seduta dietro al banco si alza per servire una signora. E’ alta una spanna più di me. Le dico bonjour.

Mentre faccio per uscire dal negozio – dove avrò passato in tutto un paio di minuti – osservo un uomo sui sessant’anni dall’aspetto giovanile, completamente calvo, con la carnagione leggermente gialla, chissà se per la stanchezza o gli stravizi di una settimana di lavoro in trasferta. Fissa la vetrina dei gioielli da donna, immobile, concentrato.

D’istinto guardo anch’io per capire che cosa stia valutando: un anello, una collana o degli orecchini. Mi prende una leggera delusione quando mi accorgo che sta fissando un collier tempestato di brillanti, forse costosissimo, ma ai miei occhi inequivocabilmente pacchiano.

Mi chiedo per chi possa mai essere un regalo del genere. La moglie, la figlia, una fiamma.

Esco dal negozio sollevato al pensiero che in fondo siano ancora più le persone che gli orologi a incuriosirmi.

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Madrid Terminal 4

Lui parte. Prende un aereo. Sono una di fronte all’altro con una parete di vetro alta fino al soffitto che li divide. Di qua le persone che accompagnano e restano. Di là quelle che entrano per il controllo bagagli.

Madrid, Terminal 4.

Si fanno dei segni. Il vetro a pochi centimetri dalla loro bocca si appanna.

Lei, che rimane, lo chiama al cellulare. Lui sorride, dice due parole guardandola fissa negli occhi e mette giù. Quindi l’ultimo saluto. Se ne va.

Lo segue con lo sguardo, senza distogliere gli occhi, non lo molla. Ha tutta l’aria di sperare che lui si volti, di chiedersi se lui si volta, di scommettere che lui possa voltarsi.

Il ragazzo si allontana di spalle trascinandosi il trolley. Scompare inghiottito dalle scale mobili.

Lei si alza sulla punta dei piedi per constatare se possibile che lui all’ultimo momento si giri e la saluti. Ma non succede.

Ora sembra indispettita. Accende una sigaretta. Prende di nuovo in mano il cellulare. Forse gli scrive: pensavo che ti saresti voltato. Forse manda un messaggio a qualcun altro.

Evito sempre di accompagnare chi parte in aeroporto. Non mi piacciono gli addii.

Oltre a lei

Here she comes

You’d better watch your step

(Femme fatale, Velvet Underground)

 

 

Oltre a lei il vero spettacolo sono gli uomini seduti qui attorno.

C’è chi fa lo sguardo truce. Chi senza accorgersene assume un’aria stordita. Chi si atteggia, consapevolmente, come se si guardasse allo specchio nella posa migliore.

Chi ammicca concupiscente. Chi osserva impunemente. Chi resta sbalordito, catalettico, come se avesse visto la Madonna. Chi incredulo si chiede se sta sognando ad occhi aperti. Chi sarebbe disposto a pagare, chi rinuncerebbe a tutto. Chi dimentica se stesso.

Chi perde il segno dell’interminabile romanzo che sta leggendo che sta vivendo. Chi lascia suonare a vuoto il cellulare senza rispondere.

Chi resta col cucchiaino dello yogurt a mezz’aria, con il bambino nel passeggino che aspetta a bocca aperta e non ne capisce il motivo. Lo capirà tra qualche tempo.

Succede questo quando la mora tacco dodici con le gambe da cicogna si siede al gate 71 di Paris Charles de Gaulle.