A pranzo con Irene

Oggi pranzo con Irene. E’ qui a Firenze perché stamattina ha fatto degli esami in ospedale. Qualche mese fa le hanno scoperto uno scompenso nei globuli bianchi, una degenerazione inspiegabile. Forse un tumore.

La cosa mi sembra seria, ma Irene mentre ne parla ride. E allora mi viene in mente che lei è così: parte sempre dal peggio, tira al melodrammatico, poi si riprende, sdrammatizza.

Dice che è una forma ereditaria e in effetti qualche suo parente ha avuto una cosa simile, tipo sua nonna.

“Se n’è andata per questo?” le chiedo serioso.

“Ma va” fa lei, “è ancora al mondo. Quest’estate compie novantadue anni…”.

Tutto sommato non mi sembra preoccupata. Sono felice di vederla e glielo dico in continuazione. Irene resta la mia ex collega preferita. Una donna tutta d’un pezzo, schietta, spontanea, a volte fintamente ingenua. Con lei mi viene naturale infilarmi in lunghe chiacchierate. Quando eravamo compagni d’ufficio praticavamo il pettegolezzo sfrenato e adesso che non lavoriamo più assieme ogni tanto ci dobbiamo incontrare per metterci in pari.

“Sai che sopra ci sono delle camere?” le dico interrompendola.

“Quindi?”

“Niente. Volevo dirti che ne ho prenotata una per noi due.”

(Sguardo interrogativo di lei)

“Andiamo su.”

“Ma sei fuori? Smettila dai.”

“Guarda, ti resta così poco da vivere… Io ci farei un pensiero…”

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