Madrid Terminal 4

Lui parte. Prende un aereo. Sono una di fronte all’altro con una parete di vetro alta fino al soffitto che li divide. Di qua le persone che accompagnano e restano. Di là quelle che entrano per il controllo bagagli.

Madrid, Terminal 4.

Si fanno dei segni. Il vetro a pochi centimetri dalla loro bocca si appanna.

Lei, che rimane, lo chiama al cellulare. Lui sorride, dice due parole guardandola fissa negli occhi e mette giù. Quindi l’ultimo saluto. Se ne va.

Lo segue con lo sguardo, senza distogliere gli occhi, non lo molla. Ha tutta l’aria di sperare che lui si volti, di chiedersi se lui si volta, di scommettere che lui possa voltarsi.

Il ragazzo si allontana di spalle trascinandosi il trolley. Scompare inghiottito dalle scale mobili.

Lei si alza sulla punta dei piedi per constatare se possibile che lui all’ultimo momento si giri e la saluti. Ma non succede.

Ora sembra indispettita. Accende una sigaretta. Prende di nuovo in mano il cellulare. Forse gli scrive: pensavo che ti saresti voltato. Forse manda un messaggio a qualcun altro.

Evito sempre di accompagnare chi parte in aeroporto. Non mi piacciono gli addii.

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Il battello sul fiume a Mosca

Sono a Mosca.  Passeggio con qualcuno seguendo il fiume, la Moskvà. Fiume e città qui hanno lo stesso nome, tipo Rio de Janeiro. Salvo il fatto che a Rio il fiume non c’è.

Ora non ricordo bene con chi sono, visto che quello che racconto è successo vent’anni fa. Probabilmente il mio amico Danilo, a Mosca con me tre settimane presso una famiglia per imparare la lingua. Forse Olga. Forse Serghej. Ma non ha importanza.

E’ un pomeriggio afoso di luglio, cerchiamo un po’ di refrigerio all’ombra degli alberi del parco.

Scorrono alcuni battelli con poche persone a bordo: turisti, fidanzati, sfaccendati del posto. Sulla golena in cemento dell’altra sponda alcuni bagnanti prendono il sole sdraiati su teli di fortuna o direttamente a terra.

Uno dei battelli passato da poco di fronte a noi prende velocità mandando il motore su di giri, si avvicina alla sponda opposta e vira all’improvviso come se dovesse fare un’inversione a u. Con questa sterzata brusca alza un’onda di mezzo metro che lentamente, inesorabilmente, invade la banchina di cemento e inonda le persone stese al sole.

Ci arrivano gli strepiti e le urla indignate dei bagnanti che sono scattati in piedi, fradici e increduli. Cercano di raccogliere asciugamani borse e altri oggetti ora sparsi in disordine sulla banchina.

A bordo del battello che ora rallenta e accosta sul nostro lato se la ridono.

Un gioco come un altro. Un passatempo come un altro in una città sorprendente che sembra non chiedere a nessuno di essere compresa.

 

In mood for music – Le luci della centrale elettrica

Luminosa natura morta con ragazza al computer

Colazione con Sofie

Luminosa natura morta con ragazza al computer

(I destini generali, Le luci della centrale elettrica)

 

Questa mattina faccio colazione con Sofie, una mia collega francese qui a Parigi come me per una fiera.

La trovo sola al tavolo. Saluto, appoggio la giacca sulla sedia e vado a prendere qualcosa al buffet.

Quando ritorno è tutta presa a spalmare del burro su una fetta biscottata.

Mi viene in mente la scena di Baci rubati in cui la ragazza insegna a Antoine Doinel come stendere il burro su due fette biscottate sovrapposte in modo da non romperle. Sofie, nonostante sia francese non usa questa tecnica e mentre preme con il coltello una fetta le si sbriciola in mano. Questo piccolo incidente le provoca uno scatto nervoso. Improvvisamente ha un’aria desolata, come se le fosse caduto un intero calice di vino sul vestito.

Decido di non dirle niente della scena del film. Fingo di non essermi accorto di nulla.

Le chiedo come sta. Dice che da un mese si è rimessa a fumare dopo averne fatto a meno per tredici anni. I suoi genitori si stanno separando. Ha smesso persino di fare sport. Si occupava di capoeira e fitness, ma la capoeira in fondo non le è mai piaciuta: “non è solo uno sport, è uno stile di vita nel quale non mi riconosco”.

Restiamo in silenzio qualche istante.

“Non ho mai assistito a un’esibizione di capoeira” le dico, “salvo un pomeriggio d’estate in spiaggia: due ragazzi a torso nudo hanno improvvisato questa danza in riva al mare attirando subito un capannello di curiosi.”

Appena finisce di mangiare prende due minuscole pastiglie con un sorso di succo di frutta. Non le chiedo a cosa servono.

Si alza per prima, deve rientrare in stanza per prepararsi e prendere il bagaglio. Dice solo “Ci vediamo dopo”.

Decido di rimanere qualche minuto in più seduto al tavolo.

Sulla tovaglia, dalla parte di Sofie, restano briciole di pane, semi di girasole, un pacchetto di burro aperto e uno di marmellata. Un tovagliolo di carta stropicciato. Coltello e forchetta di traverso sul piatto. Nel piatto altre briciole. Un bicchiere vuoto con del succo d’arancia sul fondo.

Dalla mia parte una ciotola di yogurt e una tazza di caffè.

Mi ritrovo stupidamente a chiedermi se quello che resta della nostra colazione possa aggiungere qualcosa su di noi.

 

Due Zloty

Il nonno di Dariusz – quando Dariusz era ancora un bambino – gli da due monete identiche, ciascuna da uno Zloty e gli dice: con questa compri il latte e con questa due panini.

Dariusz è contento di avere un compito da assolvere per suo nonno. E’ un bambino biondo, occhi azzurri, di appena sei anni. Abita nella periferia di Varsavia: case in legno, boschi di betulle, binari assediati dall’erba, una strada provinciale lungo l’argine della Vistola, la pianura che si perde a vista d’occhio. Non lo sa, ma questo paesaggio si ripete uguale dalle porte di Vienna fino a Vladivostok.

Dariusz arriva al negozio, si fruga in tasca, estrae le due monete. Resta immobile, dubbioso, davanti alla commessa che lo guarda con un’espressione neutra.

Senza fiatare improvvisamente torna indietro, attraversa di corsa campi, radure, vicoli alberati. Non si accorge del vento che fa tremare le betulle, non saluta gli amici che incontra per strada, il suo unico pensiero è rientrare a casa.

Entra, trova il nonno seduto vicino alla finestra e gli chiede: “quale moneta è per il pane e quale per il latte?”